Come già aveva rivelato per la prima volta lo scorso aprile il Corriere della Sera, a inizio marzo il Comitato tecnico scientifico costituito dal governo per aiutarlo ad affrontare l’epidemia da coronavirus aveva consigliato di imporre una “zona rossa” a Nembro e Alzano Lombardo. Si trattava di un consiglio che arrivava a poca distanza dall’imposizione delle prime zone rosse, il 23 febbraio, a Codogno e Vo’ Euganeo, e che era appoggiato anche dall’Istituto Superiore di Sanità. Ma il governo aveva deciso di non prendere misure speciali per i due comuni, che sarebbero poi diventati il peggior focolaio di coronavirus in Italia.
Nel verbale in questione si afferma che i due comuni hanno fatto registrare oltre 20 casi “con molta probabilità ascrivibili ad un’unica catena di trasmissione. Ne risulta, pertanto, che l’R0 è sicuramente superiore a 1, il che costituisce un indicatore di altro rischio di ulteriore diffusione del contagio”. Il 2 marzo la provincia di Bergamo aveva ricevuto i risultati di un grande numero di test del giorni precedente ed era salita a 508 positivi in totale. “Il Comitato propone di adottare le opportune misure restrittive già adottate nei comuni della zona rossa anche in questi due comuni, al fine di limitare la diffusione dell’infezione nelle aree contigue”, affermava dunque il Comitato tecnico scientifico.
Nonostante questa proposta, il governo aveva deciso di non imporre alcuna “zona rossa” ad Alzano e Nembro, anche perché le decisioni in materia si erano prolungate tanto che alla fine la “zona rossa” imposta a quei due comuni non sarebbe più bastata a contenere il contagio. Quattro giorni dopo, infatti, sarebbe stato imposto il lockdown a tutta la Lombardia rimuovendo di fatto le “zone rosse” precedenti, e due giorni dopo il lockdown sarebbe stato esteso ulteriormente a tutta Italia.