‘Becoming Led Zeppelin’ è «un film sul sogno americano visto con gli occhi di quattro inglesi» | Rolling Stone Italia
Epica transatlantica

‘Becoming Led Zeppelin’ è «un film sul sogno americano visto con gli occhi di quattro inglesi»

Intervista al regista Bernard MacMahon: l’esame a cui l’ha sottoposto Jimmy Page, lo spirito del film da oggi nelle sale italiane, la diversità che diventa ricchezza, gli altri due documentari che vorrebbe girare sul gruppo

‘Becoming Led Zeppelin’ è «un film sul sogno americano visto con gli occhi di quattro inglesi»

Led Zeppelin

Foto press

«Quando ho parlato con alcuni discografici dell’idea di un film sulla nascita dei Led Zeppelin in cui avrei voluto coinvolgere direttamente i membri della band, mi hanno detto tutti quanti che stavo perdendo del tempo», ricorda il regista Bernard MacMahon. «“Non accetteranno mai una cosa del genere. Non l’hanno mai fatto e mai lo faranno”. Dopo mesi di lavoro mi sono presentato con il film finito e altri illuminati, questa volta del settore della distribuzione, mi hanno detto che nessuno sarebbe andato a vedere una pellicola sugli Zep che arrivava solo fino al primo disco e per di più senza droghe, groupie e amenità del genere».

Le obiezioni messe sul tavolo dalle persone in questione non erano poi così folli e il battage pubblicitario legato a Becoming Led Zeppelin, da oggi e fino al 5 marzo nelle sale italiane, non ha sottolineato con chiarezza che il documentario parla solo di una parte della carriera del gruppo, quella iniziale. Segno che i timori non erano del tutto fugati nonostante l’altisonanza del nome in questione.

«Tutto è nato alla conclusione dei lavori per il progetto American Epic. L’entusiasmo era altissimo e non riuscivo a smettere di pensare a quale argomento avrei potuto sviluppare successivamente», spiega MacMahon. «Chi ha visto i miei lavori sa perfettamente quanto io abbia a cuore il concetto di memoria. Ho una fissazione per i ricordi, per le testimonianze e per le origini delle cose. Volevo fare qualcosa di simile a quello che avevo fatto per la roots music americana degli anni ’20, ma indagando il periodo musicale compreso tra la fine della Seconda guerra mondiale e l’inizio dei ’70. Il primo nome a venirmi in mente è stato quello dei Led Zeppelin. Un gruppo non americano, ma cui solo l’America ha dato di fatto una chance. D’altra parte tutti e quattro, come ogni inglese nato nello stesso periodo, avevano un background che partiva dal rock‘n’roll degli anni ’50 e avevano iniziato a suonare per quello. Non a caso, una delle prime frasi che si sente pronunciare a Plant è proprio quella in cui confessa il suo sogno, quello di visitare quel luogo visto solo in tv. In pratica, questo è un film sul sogno americano visto con gli occhi di quattro inglesi».

In effetti, in tal senso, Becoming Led Zeppelin può essere considerato a tutti gli effetti lo spin off britannico dei tre film prodotti da Jack White e narrati da Robert Redford. Un capitolo fuori sede, per così dire. Viene da pensare, poi, che proprio il taglio deciso da MacMahon sia stato fondamentale per l’approvazione e il coinvolgimento di musicisti riservati come Page, Plant e Jones. «Jimmy e Robert avevano apprezzato moltissimo i miei film. Jimmy inizialmente era molto sospettoso. Mi ha chiesto subito il motivo del nostro incontro e quando gli ho spiegato la mia idea, ha iniziato a farmi una serie di domande a bruciapelo per capire quanto sapessi della materia. Il livello delle domande era sempre più specifico e sudavo freddo a ogni risposta. Sembrava un quiz televisivo. Sapevo della sua meticolosità, ma io lo sono quanto lui. Avevo creato uno storyboard di 100 pagine senza nemmeno una parola, erano tutte foto. Ad alcune domande ho risposto facendogli vedere semplicemente una delle foto. A un certo punto, ha sorriso e mi ha detto: “Ok possiamo parlarne”».

«Robert mi ha chiesto invece quale sarebbe stato il soggetto del mio prossimo film e gli ho risposto semplicemente: “Tu”. Ci siamo messi a ridere, era fatta. È stato più difficile l’approccio con John Paul Jones, che non aveva visto American Epic e mi ha chiesto di spedirgli un DVD. Mi ha detto: “Vedrò i primi 20 minuti, se non mi piacerà, lasciamo perdere”. Mi ha chiamato dicendo che gli erano bastati 15 minuti».

Led Zeppelin, aprile 1969. Foto: Paradise Pictures

Il fatto che tutte le persone coinvolte la pensino allo stesso modo basta a rendere interessante un documentario? Il rischio che la storia abbia il sopravvento sulla musica, che la narrazione possa rendere un po’ pesante il tutto, viene quando, mezz’ora dopo l’inizio, sullo schermo vediamo ancora esibizioni in bianco e nero di Little Richard che suona il piano con la gamba sollevata e qualche video delle prime esperienze musicali dei quattro. Poco dopo, però, il film decolla. Eccome se decolla, raccontando la storia di quattro persone completamente differenti, che avevano provato a fare carriera nel music business ma che, ormai più che ventenni, non sembravano aver trovato la chiave per il successo raggiunto da Beatles, Stones o Who.

«Il vero fil rouge del film è la collaborazione tra persone completamente diverse. Perché collaborare con persone dello stesso background è semplice, quasi naturale. Per farlo tra sconosciuti che vengono da esperienze completamente differenti serve una visione comune che nasce da zero, qualcosa di esoterico. Se ci fai caso, a un certo punto, Jimmy racconta che era stata una chiromante a convincerlo della bontà del progetto. Comunque, lui e Jones avevano già messo il proprio nome su alcuni dei brani più popolari del decennio, Jones addirittura sul singolo più venduto in Inghilterra del 1967, To Sir With Love di Lulu. Se pensi che nel ’67 erano usciti Sgt. Pepper e il debutto di Hendrix… Però in pratica nessuno fuori dal giro dei musicisti londinesi li conosceva. Plant era già stato tutto senza essere nulla: un mod, un crooner, un bluesman e un figlio dei fiori. Bohnam era un perfetto sconosciuto. Per certi versi erano all’ultima spiaggia. Bonzo e Jonesy, poi, erano sposati e non potevano più perdersi troppo in effimeri sogni di gloria».

Le mogli sono a loro modo protagoniste dell’incontro: è quella del bassista a sentire che Page sta mettendo su una band e convince il marito a fargli una telefonata, mentre quella di Bohnam accetta suo malgrado che John abbia ancora a che fare con  Plant, che secondo lei era capace solo di portare guai. Eppure, quando si trovano nella stessa stanza, tutti capiscono che sta succedendo qualcosa di clamoroso. E quel momento emerge perfettamente nel documentario anche grazie alle immagini inedite messe a disposizione del regista. Vedere la band negli studi per la registrazione del primo album o alla prima esibizione inglese, davanti a un pubblico che si tappa le orecchie e che sembra appartenere a due ere geologiche precedenti vale di per sé vale la visione del film. Così come comprendere la frustrazione nel non essere compresi, della consapevolezza, soprattutto di Page, di stare facendo qualcosa di completamente rivoluzionario nel disinteresse più assoluto.

«È qui che di colpo il sogno americano si realizza. La band firma il contratto con l’Atlantic, va in tour negli Stati Uniti ed esplode contro ogni pronostico. Jimmy non voleva produttori esterni, non voleva che la casa discografica distribuisse singoli, né che qualcuno mettesse bocca sul disco di debutto, già confezionato al momento della firma del contratto. Qualcosa di inconcepibile anche oggi, ancora di più se si pensa al potere contrattuale di un gruppo agli esordi».

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Becoming Led Zeppelin non è un film concerto, ma nemmeno un documentario. È un esperimento decisamente riuscito di fusione tra generi, che ha il pregio di mostrare i momenti live fondamentali del gruppo nel corso dei primi mesi di attività e di non tagliare nemmeno un secondo delle performance scelte per far comprendere al pubblico cosa fossero i Led Zeppelin alla fine degli anni ’60. «Jimmy ha voluto che alla fine si sentisse parte di What Is and What Should Never Be da Led Zeppelin II, perché secondo lui in quelle parole stava tutto quello che pensava della band in quel momento».

Certo è che, sui titoli di coda, resta la voglia di vedere come andrà a finire, così come la speranza che, anche questa volta come per American Epic, MacMahon abbia già tra le mani materiale per un altro capitolo. «Nella mia testa, la loro storia è divisa in tre capitoli, ma volevo che Becoming Led Zeppelin funzionasse come film a sé. Ho tanto materiale e questa volta nemmeno dovrei faticare come la prima, ma conosco i tempi delle persone coinvolte e non posso sbilanciarmi più di tanto». Fosse ancora viva la chiromante di Jimmy, potremmo chiedere a lei.