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Buon compleanno, Iron Man. Ma, sotto la tuta del supereroe più amato del Marvel Cinematic Universe (che presto tornerà – a sorpresa – nei panni del supervillain Doctor Doom) batte il cuore (vero) del suo interprete: Robert Downey Jr., che oggi compie 60 anni. Un attore (e un uomo) che ha sempre vissuto di passioni forti sullo schermo come nella vita, tra cadute “tossiche” e rinascite da divo. E che ci lascia alcuni dei ritratti cinematografici più indelebili dagli anni ’80 ad oggi. Ecco il suo best of.
Un film generazionale oggi da molti dimenticato. Forse anche per colpa del brutto titolo italiano, che nasconde il romanzo alla base: Meno di zero, caposaldo della letteratura 80s firmato Bret Easton Ellis. Nel gruppo di “giovani, carini e drogati” protagonisti, Downey Jr. è Julian, tossico cacciato di casa. Un ruolo che veste alla perfezione, pure perché – ahinoi – sembra tristemente profetizzare la sua futura odissea tra dipendenze e rehab.
Il duo criminale più cool (e contestato) degli anni ’90 non poteva trovare contraltare migliore del giornalista-sciacallo interpretato dal nostro, con bomber o cravatta a seconda delle circostanze. In entrambe le versioni, il suo Wayne Gale è irresistibile. E, al tempo stesso, la perfetta personificazione dei media “schizoidi” che avrebbero cambiato per sempre gli anni a venire. Ancora una volta, Rob si conferma “attore nato”.
Tra i film della rinascita, è quello che lo vede mattatore assoluto. E che contribuisce più di tutti a rilanciare una carriera in panchina. Il merito va a Shane Black, allora esordiente (Robert l’avrebbe poi voluto come regista di Iron Man 3), che cuce addosso al protagonista il ruolo del ladro da quattro soldi che si ritrova attore per caso. Quasi un’autobiografia, zeppa di autoironia. Come a dire: ho fatto delle cazzate, but now I’m back.
Cult misconosciuto ai più, è una delle più spassose parodie del piccolo schermo. Lo sfondo è il set di una soap opera che ruota attorno alla diva “rosa” più famosa d’America (una favolosa Sally Field). Downey Jr. è il produttore circuito dalle starlette che puntano a far fuori la protagonista, ma anche visionario: trasformerà la sua telenovela in una sorta di reality ante-litteram. Un divertissement delizioso, da correre a recuperare.
Vi sembra troppo basso? Non temete: Iron Man tornerà in questa classifica (e molto in alto). La doppietta, del resto, è obbligatoria: il congedo di Tony Stark dall’universo Marvel è anche il simbolico funerale della resurrezione del divo sul grande schermo, dovuta proprio al ruolo che l’ha reso un’icona. Il mondo intero piange, mentre lui, col suo ghigno beffardo, sembra volerci dire: tranquilli, è solo l’inizio di una nuova era.
Uno dei film di David Fincher più (ingiustamente) invisibili, considerato un semplice thriller (sul “killer dello zodiaco”) quando è invece un viaggio nella psicologia (e nella psicosi) dell’America anni ’70. E pure la prova generale della serie Mindhunter, che il regista avrebbe poi prodotto e diretto. Accanto a Jake Gyllenhaal e Mark Ruffalo, Robert eccelle nei panni di Paul Avery, cinico giornalista di “nera”. Vi ricorda qualcuno?
Per alcuni, di Sherlock ce n’è uno solo: Benedict Cumberbatch. Ma il british Guy Ritchie non aveva certo l’intenzione di essere filologico, nella rilettura del detective di Sir Arthur Conan Doyle. Tant’è che, per interpretarlo, prende un americano, gli leva di dosso impermeabili e berretti da pioggia e lo fa diventare un gagà contemporaneo. Robert a briglia sciolta: la tensione spiritosamente omoerotica con Watson/Jude Law fa il resto.
Ad aumentare (a dismisura) il lato romance del miglior legal drama prodotto a cavallo dei due millenni, c’è il Larry Paul di Downey Jr., avvocato divorziato che sarà il secondo grande amore di Calista Flockhart. Momento memorabile nella serie: la sua cover di The River di Joni Mitchell. Momento memorabile nella vita: Rob arrestato per droga durante le riprese (e gli sceneggiatori che riscrivono la parte). Pure per questo, una delle vette della sua carriera.
Oggi un ruolo del genere sarebbe impossibile (e, difatti, le stupide polemiche retroattive non sono mancate). Ovvero: l’attore bianco che si dipinge il volto di nero per esigenze di copione. Anche grazie a questo trucco (letteralmente), Robert è il re di questa esilarante satira cine-bellica by Ben Stiller. Se il suo Kirk Lazarus, nella finzione, ha vinto cinque (!) Oscar, nella realtà Downey Jr. riceve una candidatura come supporting . Meritatissima.
Chi sarebbe l'Oppenheimer di Nolan senza il suo villain? Downey Jr. piazza uno dei migliori lavori della sua carriera con il personaggio Lewis Strauss, il presidente della Commissione per l’energia atomica, che trasforma uno sfottò estemporaneo in una vendetta macchinosa contro il padre dell'atomica interpretato da Cillian Murphy. Robert si porta (giustamente) a casa tutti i premi possibili, compreso l'Oscar. Il rinascimento downeyiano è compiuto.
Foto Melinda Sue Gordon/Universal Pictures
Un polpettone che più tradizionale non si può. Dopotutto, dirige Richard Attenborough, che riprende lo stile di Gandhi, già polveroso dieci anni prima. Ma, nei panni (e nella bombetta) di Charlie Chaplin, il protagonista è semplicemente sbalorditivo. Se non fosse stato per la deriva da bad guy, Robert, forte della prima nomination agli Oscar, era pronto per diventare una star assoluta. Sarebbe accaduto quasi vent’anni dopo: ed è andata benissimo così.
Il primo Tony Stark non si scorda mai. Robert Downey Jr. entra in scena e, con il cuore meccanico del suo superhero, fa battere i cuori di tutto il mondo. È (ri)nata una stella. Ma, soprattutto, è nata sullo schermo la Marvel come la conosciamo oggi: i fumetti trovano la loro maturità filmica e si confermano il più popolare dei linguaggi possibili nel cinema degli anni 2000. «La verità è che... io sono Iron Man». Eh già, Robert: come te nessuno mai.
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