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‘Cattiverie a domicilio’ riconferma che Olivia Colman è patrimonio dell’umanità

L'attrice inglese premio Oscar è protagonista (insieme a Jessie Buckley) di questa commedia su una piccola cittadina inglese tormentata da qualcuno che manda lettere anonime (e oscene) agli abitanti. Che riesce a parlare delle donne di oggi

Foto: Parisa Taghizadeh

Nel tranquillo paesino inglese di Littlehampton, qualcuno sta mandando lettere anonime ai concittadini. Ma intendiamoci: qui – e siamo intorno ai primi anni ’20 – non parliamo di normale corrispondenza. Le missive non firmate dicono cose del tipo: “Vecchia pu**ana stronza”, o “Vecchia pu**ana schifosa, devi bruciare all’inferno”, e “Succhi almeno dieci ca**i a settimana”. E queste non sono nemmeno quelle più scatenate. È un’epidemia di oscenità epistolari, che ha cominciato a manifestarsi per la prima volta alla porta di una certa Edith Swan (Olivia Colman), una pia donna cristiana che vive con i suoi genitori in fondo alla strada. Ben presto però tutti in città iniziano a riceverle, e il caso diventa nazionale. Chi c’è dietro queste volgarità? E perché lo fa?

La principale sospettata è la vicina di casa di Edith, Rose Gooding (Jessie Buckley), una vedova irlandese il cui marito è stato ucciso in trincea durante la Prima guerra mondiale e che si è trasferita a Littlehampton con la figlia (Alisha Weir). Secondo le autorità, corrisponde al profilo di qualcuno che terrorizzerebbe una brava cristiana come Edith. Per cominciare, questa giovane donna molto concreta condisce le sue frasi con il linguaggio più salace possibile e conduce un’esistenza molto bohémienne con il suo ragazzo, un chitarrista jazz di nome Bill (Malachi Kirby). Poi Rose ha recentemente avuto una discussione con Edith e suo padre (Timothy Spall), una specie di incubo freudiano in carne e ossa, quindi c’è pure il movente. Ed è una donna indipendente, il che, agli occhi degli uomini noiosi e sessisti che amministrano questo pittoresco villaggio, la rende una delinquente di fatto anche prima di pensare a quelle missive non proprio ortodosse.

Se questa premessa basata su una storia vera vi colpisce, o vi fa pensare che sia un rifacimento del Corvo (il film del 1943 di Henri-Georges Clouzot, ndt) in chiave però di stramba farsa o come incipit della Ealing Comedy (una commedia brillante, spesso di satira sociale, realizzata appunto dalla casa di produzione Ealing, molto attiva in Inghilterra tra gli anni ’30 e i ’50, ndt) più triviale che si possa immaginare, allora Cattiverie a domicilio, nelle sale dal 18 aprile, vi ha già nel palmo delle sue mani macchiate d’inchiostro. Ambientando la vicenda su uno sfondo da “ritorno al passato” da perfetta Britcom di provincia piena di dialoghi piccanti e sgradevoli, la regista Thea Sharrock e lo sceneggiatore Jonny Sweet mettono in scena la combustione di queste due entità che si scontrano frontalmente l’una con l’altra. C’è una lunga tradizione nel presentare i negozianti, i gestori dei pub, i poliziotti e i parroci delle piccole cittadine inglesi come persone gentili e tranquille che mantengono la calma e vanno avanti nel nome della regina e del Paese. Raramente comunità così pacifiche e anche un po’ rigide hanno ospitato boccacce tanto scurrili e logorroiche.

E raramente a un’attrice di così alto calibro è stata data l’opportunità di sussurrare, urlare e recitare frasi come “Sei il sacchetto di piscio di una puttana di campagna”. Molto prima di essere nominata a tre Oscar (di cui uno vinto) e di aver entusiasmato il pubblico internazionale con la sua volubile reggente in La favorita (2019), Olivia Colman era uno dei segreti meglio custoditi del cinema e della Tv britannici. È sempre stata il tipo d’interprete versatile in grado di interpretare commedie piene di allusioni (Hot Fuzz), tragedie basate su traumi profondi (Tirannosauro) e alternarsi tra il riempire lo schermo e il fare da spalla a coloro che sono sotto i riflettori. (Ha anche parecchia familiarità con le dinamiche dei crimini e dei segreti delle piccole città, come potrebbe confermare chiunque abbia visto Broadchurch.)

E poi ci sono state Edith, la figlia rispettosa e sofferente di The Father, e la donna complicata e caduta a pezzi in slow motion della Figlia oscura. Ma quello che il ruolo in Cattiverie a domicilio le consente davvero, oltre all’opportunità di affondare i denti in dialoghi volgari insieme ai suoi compagni di cast (tutti hanno la possibilità di dire parolacce), è la possibilità di essere incoronata “regina delle reaction”. Nessuno può fare di più con un’espressione facciale soltanto, senza dire una parola, che si tratti di shock, vergogna, gioia repressa, rabbia ancora più repressa o una sorta di pressione psicologica pronta ad esplodere. Le sue scene con Buckley, in cui l’irresistibile bisogno di bonomia irlandese si scontra con l’oggetto immobile di gentilezza e repressione passiva-aggressiva, sono come guardare i musicisti suonare l’uno contro l’altro intrecciando melodie e riff. Colman è un tesoro nazionale e, grazie a Dio, il Regno Unito è stato così generoso da condividerla con tutti noi.

Olivia Colman e Jessie Buckley in ‘Cattiverie a domicilio’. Foto: Parisa Taghizadeh

Il mistero dietro chi sta davvero scarabocchiando questi haiku elaborati e scatologici è in realtà la parte meno interessante di quello che accade sullo schermo; avrete indovinato molto prima che venga rivelato chi si cela dietro questo scurrile Browning di Littlehampton, anche se questo dà al film una buona scusa per mettere in campo una bella squadra di detective dilettanti. L’agente di polizia Gladys Moss (l’Anjana Vasan di We Are Lady Parts, l’arma comica segreta del film) fiuta una traccia quando Rose viene accusata e arrestata per il crimine in tempo record. Inizialmente curiosando da sola, Moss arruola presto diverse donne “disadattate” locali – leggi: non sono condiscendenti e compiacenti come Edith – per aiutare a fiutare il vero autore di queste atrocità. È qui che la stravaganza di Cattiverie a domicilio inizia a diventare un po’ troppo travolgente e minaccia di ribaltare l’equilibrio tonale. Lo stesso si può dire degli scontri più melodrammatici una volta che il caso di Rose finisce in tribunale.

Eppure, nessuna di queste deviazioni può smorzare l’unica cosa che sta al centro del film di Sharrock & Co.: un palpabile senso di rabbia. Dati i costumi sociali soffocanti del periodo e gli atteggiamenti patriarcali tossici – in particolare da parte del padre di Edith, i cui capricci per essere considerato una “checca” suggeriscono tutta l’insicurezza proiettata sulla figlia – non è difficile capire perché Rose o Gladys si arrabbino davanti al classico “due pesi due misure”. In effetti le numerose scene con al centro la “woman police officer Moss” (un titolo che Rose ritiene sia ovvio e inutile), che fuma silenziosamente e trema di rabbia perché viene costantemente umiliata, sottovalutata, messa da parte o presa in giro, non sono altro che il sottotesto del film. Cattiverie a domicilio fa di tutto per ricreare la Gran Bretagna ammuffita degli anni ’20, ma non lasciatevi ingannare dai cappelli a cloche e dagli abiti coi volant. La rabbia femminile che alimenta ogni fotogramma di questa commedia non è scomparsa alla fine di quel decennio. È purtroppo più riconoscibile e ancora più giusta oggi, un secolo dopo.

Da Rolling Stone US

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