Fatevi un favore: andate a vedere ‘A Real Pain’ (e non solo per Kieran Culkin) | Rolling Stone Italia
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Fatevi un favore: andate a vedere ‘A Real Pain’ (e non solo per Kieran Culkin)

L'opera seconda di Jesse Einseberg è un film che plana lieve sui drammi, sia quelli storici e collettivi (l'Olocausto) che quelli contemporanei e personali dei suoi personaggi. E sì, l'attore di 'Succession' piazza un'altra interpretazione clamorosa (Oscar!)

Fatevi un favore: andate a vedere ‘A Real Pain’ (e non solo per Kieran Culkin)

Kieran Culkin e Jesse Eisenberg in ‘A Real Pain'

Foto: Searchlight Pictures

Faccio un cosa che non si azzarda mai quando si scrive di un film, e cioè partire dalla conclusione: A Real Pain si chiude con la scena finale più disarmante e insieme sottilmente devastante che ricordi da un po’ di anni a questa parte. Bastano uno sguardo à la Gatto con gli stivali e un mezzo sorrisetto tirato di Kieran Culkin (featuring una sonata di Chopin) per distruggervi, altrimenti forse non conoscete la parola “empatia”. No, non è spoiler, o forse sì, chissenefrega, non è certo il punto di questa Storia, che bisogna attraversare tutta per capire. E lasciarsi pure attraversare.

A Real Pain | Trailer Ufficiale | Dal 27 Febbraio al Cinema

È un film bellissimo A Real Pain ed è un film bellissimo per molti motivi. È un film che plana lieve sui drammi, sia quelli storici e collettivi (la Shoah) che quelli contemporanei e personali dei suoi personaggi, che non si prende troppo sul serio ma è serissimo. È un road movie perché racconta di un viaggio, è una buddy comedy visto che i protagonisti sono due cugini quarantenni che sono cresciuti insieme e poi si sono allontanati ed una dramedy dal momento che i due partono per un tour sulle tracce dell’Olocausto in Polonia, terra d’origine della nonna ebrea morta da poco. Ma è anche un magnifico character study che si basa su degli archetipi: il tizio operoso, diligente e un po’ nevrotico e il cazzaro impegnativo ma adorabile. Il primo ha il volto dello stesso Eisenberg (sì, quello di The Social Network, per intenderci), alias David, che ha intrapreso la strada corporate per avere un lavoro sicuro, ha una moglie e un figlio che adora e vive in una bella casa a Brooklyn. Ah, è anche quello che ha prenotato e paga. Mentre l’altro ha il carisma e la coolness di Culkin as Benji, che vive nello scantinato della madre, si spedisce l’erba all’albergo in cui soggiorneranno, vive di big feelings, e fondamentalmente, non è mai cresciuto. È brillante, ma perso: “Lo amo, lo odio, voglio ucciderlo, voglio essere lui”, dice a un certo punto David/Eisenberg del cugino. E grazie a Culkin capiamo perfettamente TUTTO.

Kurt Egyiawan, Will Sharpe, Kieran Culkin e Jesse Eisenberg in ‘A Real Pain’. Foto: SEARCHLIGHT PICTURES

Pare assurdo, impossibile, quasi esagerato scriverlo, ma qui Kieran supera Roman Roy e Succession, va oltre quella magnifica scena da bulletto allo specchio in cui il suo personaggio prepara il discorso funebre per il padre per poi crollare una volta che lo pronuncia, oltre QUELL’alzata di sopracciglio con annesso altro sorrisetto in QUEL finale. Anzi, proprio su Roman (e forse un po’ pure su se stesso) Culkin costruisce, e lo fa sempre con quell’istinto micidiale che unisce naturalezza e imprevedibilità, levità e malinconia. Il risultato è bigger than life, da quando improvvisa un servizio fotografico davanti al Monumento all’insurrezione di Varsavia trascinandosi dietro tutto il gruppo (ci sono anche una signora di LA appena divorziata – Jennifer Grey!–, una coppia borghese e un ruandese sopravvissuto al genocidio e convertito all’ebraismo) allo sbrocco sul treno che li porta al campo di concentramento di Majdanek, perché i loro antenati arrivavano su vagoni bestiame e loro invece comodi comodi in prima classe. Ecco, è la gravitas mai pesante intrecciata a un umorismo spesso anche sarcastico a permettere a Eisenberg di restare in equilibrio su due terreni insidiosissimi, quelli della tragedia storica (la visita al lager è gestita con sensibilità e semplicità impressionanti) e della disfunzione familiare, senza mai fare prediche o diventare cinico o irrispettoso. È nato un autore, capace di parlare di perdita, traumi generazionali ed eredità dell’Olocausto senza incupire né sminuire. È tutto arioso, ma carico, weird ma toccante: è la meravigliosa leggerezza di un’ottima sceneggiatura che potrebbe pure portarsi a casa l’Oscar, Anora permettendo. La statuetta da non protagonista di Culkin invece è già praticamente sulla sua mensola di casa insieme all’Emmy, e (non) ci dispiace per gli altri: toglieteci tutto, ma non un altro favoloso discorso di ringraziamento by Kieran.

Jesse Eisenberg e Kieran Culkin in ‘A Real Pain’. Foto: Searchlight Pictures

E c’è un’altra finezza che pare scontata, e invece: le note di Chopin a contrappuntare azioni ed espressioni, a guidare il gruppo, a riecheggiare gli stati d’animo di Benji. Fatevi un favore: andate a vedere A Real Pain, perché è più di un film: è un’esperienza umanissima di cui abbiamo sempre più bisogno. Anche al cinema.