L’estate scorsa è morta Gena Rowlands, uno dopo l’altro muoiono tutti, lo sappiamo, siamo vecchi anche noi. Gena Rowlands era Cassavetes, certo, era la moglie, la pistolera, la diva della sera della prima; ma per me era soprattutto l’altra donna di Woody Allen, e in quel film c’è anche Gene Hackman, forse qualcuno se lo ricorda. Io mi ricordo quella scena a Central Park, un pre Giorno di pioggia a New York con gente più âgée, in cui Hackman senza parlare (a parlare è Gena Rowlands, che sta leggendo un libro a lei ispirato: vabbè, vedetelo) diventa uno dei grandi eroi romantici del cinema alleniano a sua insaputa. “Mi chiedo se il ricordo è qualcosa che hai o qualcosa che hai perduto”, sospira Gena/Marion leggendo le parole di un’altra, perché è tutto un film di altri, di storie di altri, di ricordi vissuti o non vissuti da altri (vabbè, vedetelo).
Gene è Larry, il corteggiatore indefesso di Marion, uno di quelli che pensano che con la cultura, i concerti, le cene nei posti giusti riusciranno a far capitolare la donna che amano. Lei ovviamente non vuole, non ci riesce, e a un certo punto Gene a Gena chiede proprio “Ma perché non puoi amare me?”, e lo fa con la disperazione degli eroi romantici che non sanno di esserlo, con lo sguardo di lato, le parole a mezza bocca.
Gene Hackman è riuscito a uscire di scena vecchissimo, a 95 anni, ma comunque in maniera spettacolare – trovato morto in casa insieme alla moglie e persino il cane – come forse in scena non c’era mai entrato. O forse sì. È sempre stato l’altro. L’altro uomo, l’altro ruolo. Il secondo. Però, anche lì, in maniera spettacolare. A sua insaputa, o forse no.
In Gangster Story, era il fratello di Clyde Barrow, Buck, ma riusciva col carisma ad essere più figo di Warren Beatty, che è il più figo di sempre (si ritroveranno poi sul magnifico Reds). Era la spalla comica (nel film più divertente di sempre: Frankenstein Junior), l’eterno comprimario, era secondo persino a Superman (però che ganzo, il suo Lex Luthor) perché lui Superman mica voleva esserlo.
Persino il film che gli diede il primo Oscar, come miglior attore protagonista, era nato con uno spirito da secondo, da “altro”. Il braccio violento della legge di Friedkin aveva l’aria consapevole del B-movie, dell’exploitation di lusso, come racconta bene pure Quentin Tarantino nel suo Cinema Speculation, fu abbracciato da Hollywood solo perché era più avanti del cinema perbene e perbenista dell’epoca, e con la realtà bisognava farci i conti, anche solo per ragioni di mercato.
Anche nella Conversazione di Coppola, che è uno dei film più belli degli anni Settanta (e uno dei film più belli di sempre), oltre che un saggio sulla paranoia che sembra scritto oggi (ma non fatene un reboot in otto puntate, vi prego), Hackman non è l’eroe ma quello nascosto che origlia in silenzio. Negli anni del rock, lui era il jazz – come da colonna sonora di quel capolavoro lì.
Ha rifiutato di tutto: Qualcuno volò sul nido del cuculo, Incontri ravvicinati del terzo tipo, Il silenzio degli innocenti, persino Rambo. Le carriere si fanno più con i “no” che con i “sì”, dicono quelli meno bravi di lui, che invece quei rifiuti poteva permetterseli.
Metteteci voi il vostro film preferito tra i suoi, che facilmente potrà essere Gli spietati di Clint Eastwood (secondo Oscar, da non protagonista) o I Tenenbaum di Wes Anderson: come darvi torto. Io ci metto quelli in cui, come in Un’altra donna, produce cose magnifiche con colleghe magnifiche: gli scambi in Mississippi Burning con Frances McDormand, moglie di un razzistissimo del Ku Klux Klan; quelli con Dianne Wiest in Piume di struzzo, remake forse inutile del Vizietto (ma Il vizietto era poi così bello?) che per la mia generazione ha avuto la sua rilevanza culturale – infatti siamo la generazione che siamo.
E anche Potere assoluto, perché Eastwood ha capito più di tutti che, con il suo essere apparentemente altro, solo Hackman poteva essere un Presidente come quelli che sarebbero arrivati dopo, nella vita vera: più capre che Frank Capra (scusate). Un altro stronzo, corrotto, bastardo, sardonico, un altro ruolo con cui Gene Hackman ha confermato che ha passato la vita lui a farsi dire da noi: “Ma perché non possiamo amare te?”.