Confessioni di una giornalista ai festival, aka quello che nessuno osa scrivere: credo che La terra promessa fosse il mio quarto film della giornata a Venezia 80 (dopo Ferrari, Dogman e gli Arriaga a Orizzonti; il quinto sarebbe stato una certezza, per fortuna: il corto futuro premio Oscar di Wes). Questo per dire che l’idea era ne-vedo-un-pezzo-e-magari-esco (sì, raga, succede, so che molti colleghi annuiranno), ma poi mi è entrato Mads Mikkelsen in un occhio ed è finita che non sono uscita se non 127 minuti dopo, con un gran bel pezzo di cinema classico addosso.
Perché è un gran bel film La terra promessa, ed è un gran bel film nel senso – appunto – più tradizionale del termine, un’epica old school di frontiera (quella europea questa volta, ci torniamo) con i codici del western e un protagonista magnifico. In pratica è una sorta di survival thriller del divo danese contro tutti: c’è l’uomo contro la natura (la terra arida e sterile), Davide contro Golia (un cattivissimo potente e sadico e un’aristocrazia indifferente e complice), il lavoro contro il privilegio, la morale contro l’assenza di morale. E poi paesaggi sconfinati, romanticismo, vendetta, redenzione perfino.
“La brughiera non può essere domata”, si legge all’inizio. Siamo nello Jutland danese a metà ‘700, il capitano Ludvig Kahlen (Mikkelsen), un eroe di guerra ambizioso ma poverissimo, non è tipo da arrendersi, al punto da prova a lavorare quel terreno infinitamente vasto e impossibile da coltivare (che finora forse soltanto le sorelle Brontë erano riuscite a rendere così affascinante) per dare vita a una colonia in nome del re. Vedendosi negare però i finanziamenti dalla corona, decide di investire tutti i propri averi in quella mission: impossible e chiedere in cambio, in caso di successo, un titolo nobiliare. Concesso, tanto non ce la farà mai.
In effetti quella terra è anche peggio di come se la immaginava, ma se soltanto un raccolto di patate sopravvivesse al gelo sarebbe fatta, più o meno. Ad aiutarlo ci sono un prete (Gustav Lindh), un paio di ex fittavoli in fuga, Johannes (Morten Hee Andersen) e Ann Barbara (Amanda Collin, vero cuore femminista del film) e una ragazzina di etnia tatara, Anmai Mus (Melina Hagberg, commovente), che a un certo punto – insieme alla sua gente girovaga e dalla pelle scura – diventa un ostacolo nel grande progetto di Kahlen a causa dei pregiudizi e delle superstizioni dei locali.
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Melina Hagberg e Anmai Mus
Ma questo soldato turned contadino impegnato a bonificare l’inbonificabile è forse paradossalmente il personaggio più “duro” della lunga carriera dell’attore danese 58enne. E parliamo di uno che è diventato celebre al grande pubblico interpretando un serial killer cannibale e ha dato vita a banchieri del terrorismo internazionale che piangono lacrime di sangue, stregoni malvagi, skinhead, vichinghi. Insomma, villain che è sempre riuscito a rendere irresistibili. Ecco, Kahlen è l’(anti)eroe che – finalmente – si meritava: un protagonista che pare stoico è invece è più inesorabile di quella brughiera che è impegnato a sconfiggere, mosso da un desiderio di rivalsa (e poi vendetta) implacabile, ma anche umanissimo. Sta tutto su quel volto übercinematografico e nei tanti primi piani dove manco le parole ormai gli servono più.
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Mads Mikkelsen in ‘La terra promessa’
Con Bastarden, questo il titolo originale, perché appunto Kahlen è figlio di una domestica, Nikolaj Arcel (già nominato all’Oscar nel 2013 per A Royal Affair starring lo stesso Mads) costruisce un mèlo western potentissimo e avvincente – la conquista della brughiera – girando tra scenari naturali, mozzafiato, respingenti e avvolgenti insieme, che paiono usciti da un dipinto di Vermeer o di Rembrandt. È un film che guarda alla grandeur avventuriera di David Lean, all’”epica e etica di John Ford” (cit. Alberto Crespi, Il mondo secondo John Ford) e alle esplosioni di violenza di Sam Peckinpah. Sì, La terra promessa è anche brutalissimo: il lotto di terreno che è stato concesso a Kahlen infatti confina con i terreni di Frederik de Schinkel, giudice della contea e signore locale, che supervisiona numerosi mezzadri dentro e intorno alla sua tenuta, inclusa quella coppia in fuga ora impiegata da Kahlen. Ed è pure uno stupratore e un assassino, intenzionato da tempo a rivendicare la brughiera come sua con qualsiasi mezzo. Un cattivo scritto per farsi odiare dalla prima inquadratura e interpretato con la giusta malizia da Simon Bennebjerg, fautore o addirittura esecutore di alcune delle scene più pulp, oltre che perfetto contraltare del bastardo zero tituli di Mikkelsen nel suo essere definito da privilegi familiari secolari.
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Simon Bennebjerg nie panni di de Schinkel
Certo, dall’ambientazione alla cultura rappresentata, fino alla guerra feudale per il territorio non reclamato dello Jutland La terra promessa è ovviamente “molto danese” (semicit.), ma la potenza narrativa, le interpretazioni e il respiro delle grande epopee hollywoodiane lo rendono universalissimo. Come lo è il miglior cinema. E io ve lo dico: se non vi scappa una lacrimuccia davanti agli occhioni di Anmai Mus, siete stronzi.