Come si è passati dalle prime serate su Rai 1 con picchi dell’80% di share alle finali trasmesse su Facebook? Come si passa da evento che incoronava celebrities a video su TikTok visualizzati più che altro perché – come dicono i giovani – cringe?
Lo racconta molto bene Miss Italia non deve morire, nuovo documentario Netflix che analizza la discesa negli inferi del concorso di bellezza più famoso del nostro Paese.
Un documentario realizzato e girato da Pietro Daviddi e David Gallerano, che tra satira e lacrime (più di sconforto che altro) mostra al grande pubblico la battaglia di Patrizia Mirigliani per riportare il concorso ai suoi vecchi fasti. Battaglia che sembra però persa in partenza, perché Elon Musk andrà anche su Marte, ma di armi contro l’anacronismo ancora dobbiamo inventarne.
L’unica cosa che sembra far sopravvivere queste manifestazioni, nel 2025, sembrano essere infatti solo i meme. Dalle candidate a Miss Universo che gridano il nome del loro Paese nei microfoni arrivando a balletti, canzoni e poesie propinati alle selezioni regionali delle nostre aspiranti Miss, molto più vicine all’immaginario di The Lady che a quello di reginette.
Il punto forte del documentario è proprio questo: mostra al pubblico tutto quel sottobosco sorrentiniano che sono le selezioni, in cui gruppi di ragazze vengono istruite e giudicate da personaggi agguerritissimi e impomatati che proprio non si capacitano perché alle persone non interessino più i concorsi di bellezza.
Il Paese reale passa da Salsomaggiore: «Miss Italia non dev’essere solo bella, deve avere quel fuoco dentro», dice qualcuno prima di commentare il culo di una delle partecipanti «troppo grosso», e di chiedere a quella successiva quale hashtag (anzi, asstag) la rappresenti al meglio (non si dica che non ci provino, a essere moderni): #famiglia, risponde lei. Bene, grazie, le faremo sapere.
È l’epoca nera di queste manifestazioni, ma anche e soprattutto la tragedia personale di Patrizia Mirigliani, che prova a capire cosa ha sbagliato, come la giudicherebbe suo padre se vedesse tutto questo e perché venga continuamente attaccata da ogni lato. C’è la Rai che non ospita più il concorso, neanche con il governo sovranista (sottotesto: a cui piace la figa), ci sono le femministe che giudicano la manifestazione sessista, c’è la comunità LGBTQ+ che l’accusa di discriminare le persone transgender «perché per partecipare a Miss Italia bisogna essere nate donne». Non solo: a chiudere il cerchio dell’italianità anche l’aspetto azienda familiare. Il figlio di Patrizia a cui non importa di continuare, anzi, già che c’è dice pure alla mamma che «è una fallita» perché non ha saputo replicare il successo del nonno. Delicatissimo.
Ma nel doc c’è soprattutto tanta fatica. Quella di un passato glorioso che prova a imporsi nel presente ma senza trovare appigli, perché quello che manca sembra proprio essere uno sguardo su quello che è successo alla società negli ultimi vent’anni.
Poi, però, un raggio di luce. La storia nella storia: quella di Aurora, Miss che però Miss non è. Anzi, che forse lo è più di tutte. Una ragazza che affronta le selezioni con svogliatezza, con un taglio corto (che su quel palco è come urlare VIVA SATANA), e che lancia messaggi su accettazione e inclusività. Vista come un’aliena, sembra essere lei l’unica speranza di quel contest. Ce la farà?
Miss Italia non deve morire celebra il funerale di una manifestazione che è stata la storia di questo Paese. Lo fa con stile, e con un sacco di materiale per la pagina IG Prossimi congiunti.