Aspettando ‘A Complete Unknown’: come Timothée Chalamet è diventato Bob Dylan | Rolling Stone Italia
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Aspettando ‘A Complete Unknown’: come Timothée Chalamet è diventato Bob Dylan

Abbiamo intervistato per primi James Mangold, il regista dell’attesissimo biopic sugli anni giovanili della leggenda della musica. Il processo di scrittura, le chiacchierate con il vero Dylan, le infedeltà rispetto alla realtà e la straordinaria performance di “Timmy”: «Ogni tanto adesso mi viene da chiamarlo Bob»

Aspettando ‘A Complete Unknown’: come Timothée Chalamet è diventato Bob Dylan

Timothée Chalamet è Bob Dylan in ‘A Complete Unknown’

Foto: Macall Polay/Searchlight Pictures

Prima che il regista James Mangold iniziasse la produzione del suo film su Bob Dylan, A Complete Unknown, il soggetto del film gli ha posto una domanda precisa. «La prima volta che mi sono seduto con lui», racconta Mangold, «Bob mi ha detto: “Di cosa parla questo film, Jim?”. Gli ho risposto: “Parla di un ragazzo che si sente morire soffocato in Minnesota, si lascia alle spalle tutti i suoi amici e la sua famiglia e si reinventa in un posto nuovo, si fa nuovi amici, costruisce una nuova famiglia, ottiene un successo fenomenale, inizia di nuovo a sentirsi morire soffocato e scappa”».

Dylan ha recepito tutto questo e ha sorriso. “Mi piace”, disse.

A Complete Unknown non ha ancora una data d’uscita ufficiale, ma il primo teaser trailer è appena uscito, e Mangold lascia intendere che potrebbe arrivare nelle sale già a dicembre. La storia del film inizia con l’arrivo di Dylan a New York nel 1961 e termina poco dopo la sua storica esibizione al Newport Folk Festival del 1965. Il film è interpretato da Timothée Chalamet nel ruolo di Bob Dylan, Elle Fanning in quello della sua fidanzata, Sylvie Russo (che Mangold conferma essere semplicemente una versione con un nome diverso della fidanzata di Dylan dell’epoca, Suze Rotolo), Monica Barbaro nella parte di Joan Baez e Edward Norton alias la leggenda folk Pete Seeger.

Nella sua prima intervista su A Complete Unknown, Mangold (regista anche di Walk the Line – Quando l’amore brucia l’anima, Logan – The Wolverine, Le Mans ’66 – La grande sfida e Indiana Jones e il quadrante del destino) racconta a Rolling Stone il processo che ha portato alla realizzazione del film, l’interpretazione di Chalamet e molto altro ancora.

In precedenza hai detto che sarebbe stato meglio descrivere questo film come un’opera corale invece che come un biopic. È ancora così che lo vedi, ora che è molto più avanti nel processo?
Non volevo trasformare Bob Dylan in un personaggio semplice con una cosa semplice da svelare, e che alla fine ti fa dire: “Ah, ora ho chi è”. Non credo sia possibile, dopo averlo conosciuto. Penso anche che sia abbastanza chiaro che ha passato la maggior parte della sua vita a cercare di evitare tutto questo. Quindi il mio ruolo di drammaturgo diventa quello di non cadere in questa trappola… cosa che in un certo senso ho già fatto in Walk the Line. Ma c’è una differenza. Johnny Cash è definito dalla sua educazione, dalla perdita del fratello, dalla vergogna che si è portato dietro per tutta la vita e da una dipendenza che è stata causata dai traumi della sua infanzia. Tutto ciò è molto chiaro. E il fatto che la sua musica parli, in un certo senso, di prigionia e di oscurità, è in incredibile, drammatica armonia con queste osservazioni psicologiche su di lui. Niente di tutto questo sarebbe stato facile con Bob. Quindi, quando dico che si tratta di un’opera corale, lo dico perché certamente segue Bob, ma ero molto più interessato alla scia che questa persona ha lasciato sugli altri. Ecco perché il personaggio di Elle e quello di Pete Seeger, interpretato da Edward, e anche Joan Baez, naturalmente, e molti altri sono più che di passaggio. Sono tutte figure determinanti nel suo percorso negli anni tra il ’61 e il ’65, ma hanno anche interagito con lui in modi diversi, che sono prismi e chiavi di accesso a diversi aspetti di chi potrebbe essere Bob. Un esempio molto semplice di ciò che sto dicendo: Amadeus parla di Mozart ed è il personaggio principale, ma in un certo senso si vive il film attraverso Salieri, il re, sua moglie e tutti gli altri. Una delle cose veramente difficili da definire, e certamente penso che sia difficile da definire in un film – nonché una delle grandi domande della vita – è che cos’è il talento e come nasce una persona speciale. E invece di cercare di rispondere a questa domanda, che credo sia davvero irrisolvibile, credo che cerchiamo di rispondere, quando ci imbattiamo in una persona del genere, che sembra su una specie di razzo rispetto a noi mortali, per come si ripercuote su di noi e sui nostri sentimenti. La gelosia, l’idolatria, l’ossessione, l’amore… tutte queste cose possono essere il risultato di questa sorta di superpotere che un personaggio può avere. Credo che una delle cose che Timmy interpreta in modo così brillante nel film – e che Bob mi ha riferito – è una sensazione precisa: capire come si affronta questo fardello. Tu stesso, se hai questo potere, non sei nemmeno sicuro di quale sia la sua origine: cerchi di proteggerlo e di custodirlo, ma non sei sicuro se ti solleverà o ti distruggerà. Quindi tutti i personaggi hanno un rapporto ambivalente con l’idea di quel talento immenso.

A COMPLETE UNKNOWN | Official Teaser | Searchlight Pictures

Il tuo ultimo film, Indiana Jones e il quadrante del destino, subiva un’altra “pressione”, visto che cercava di essere all’altezza della storia di quel franchise. Questo è un altro film “ad alta pressione”, e quello che viene chiesto a Timothée non è facile. Come tutto questo ha influito sulla lavorazione?
Durante la lavorazione di Walk the Line, Joaq [Joaquin Phoenix] veniva da me quasi ogni giorno e mi diceva: “Di’ quella cosa”. E io rispondevo: “Non sei Johnny Cash”. E lui: “Grazie”. A volte c’è la percezione che quello che facciamo sia una replica perfetta della voce e della fisicità umana. Ma non possiamo farlo. Non con i corpi umani. Forse in futuro l’intelligenza artificiale potrà fare qualcosa che replichi esattamente le figure che non ci sono più. Ma se un attore sceglie di percorrere questa strada, perde sé stesso. E anche un regista deve stare più attento alle dinamiche emotive che all’effetto fotocopia. In questo caso, si tratta solo della mia versione. Non sono qui per dire che sto facendo la biografia definitiva di Jon Meacham. Non è il mio lavoro.

Quindi il film inizia con l’arrivo di Bob a New York nel gennaio del 1961 e si estende fino a quando?
Finisce letteralmente 72 ore dopo il concerto [del Newport Folk Festival] del ’65.

Sono sempre stati questi i confini temporali o avete esplorato altre possibilità, nel processo di scrittura?
Quando ho preso in mano il progetto, Jay Cocks aveva già scritto una sceneggiatura basata sul libro Going Electric [di Elijah Wald]. E quel libro si concentrava su quel periodo esatto. Quando mi sono immerso nel copione di Jay e ho iniziato a lavorarci sopra, soprattutto per cercare di espandere la parte iniziale del film e la rete di personaggi, ho trovato gli anni dal ’61 al ’64 davvero interessanti. Mi ha subito affascinato l’idea di un talento come Bob, così inquietante, così provocatorio, così sospeso tra fatti reali e finzione. L’idea di questo incredibile artista che arriva a New York con 12 dollari in tasca era per me molto interessante. È una specie di favola: c’era una volta un villaggio, e un giorno arrivò questo giovane uomo che andò a incontrare il leader morente della musica che venerava, e incontrò il suo secondo luogotenente, che lo prese con sé e diede a questo giovane uomo che aveva talento la possibilità di cantare lui stesso. E all’improvviso questo giovane uomo parte come un razzo, tanto che tutte le persone che incontriamo lungo la strada si trasformano improvvisamente. È una storia molto semplice, in realtà. Il problema dei film è l’eccesso di storia. Quello che vi ho descritto è il contesto generale, dove poi questi personaggi meravigliosi ed eccentrici – e gli straordinari giovani attori che li interpretano – si muovono.

Timothée Chalamet fotografato dal regista sul set. Foto: James Mangold/Searchlight Pictures

L’idea era quella di utilizzare le performance live degli attori durante le riprese come musica del film?
Non era l’idea: è proprio quello che abbiamo fatto!

Come siete arrivati a sentirvi sicuri di poterlo fare?
Ognuna di queste idee è accompagnata dal fatto che si può sempre rimediare. Vuoi che tutti si mettano in gioco, ma non è che se uno dei nostri attori fa una nota stonata, non ho una ripresa alternativa o la possibilità di sostituire quella battuta. Se Timmy è abbastanza coraggioso da mettersi in gioco e rendersi vulnerabile, lanciandosi in questa impresa, io dovrei essere abbastanza coraggioso da stare dietro la macchina da presa e girare. E Timmy era un partner perfetto in questo. Voleva davvero farlo. E i tanti anni di preparazione che abbiamo avuto per questo film, a causa delle false partenze tra Covid e altri problemi, hanno fatto sì che Timmy avesse davvero una sorta di “incubazione” come musicista durata un sacco di tempo. E anche Monica Barbaro (che interpreta Joan Baez, ndt). È stata scritturata quando stavamo per fare il film di Indy. Quindi molte di queste persone sono state in attesa per un periodo di tempo incredibile, e hanno usato quel tempo con incredibile impegno, nel loro percorso di ricerca musicale.

Cosa c’è di speciale nell’interpretazione di Timothée ai tuoi occhi?
Penso che la cosa meravigliosa di ciò che Timmy ha fatto sia che, pur non rispondendo alle tante domande su Bob, allo stesso tempo credo che lo faccia in modo molto poetico, cioè suggerendo in modo davvero empatico, attraverso la sua performance, come si possa desiderare di fare musica senza però voler sempre avere la gente davanti agli occhi. E credo che in un certo senso Bob sia proprio questo… Timmy, che ormai a volte mi viene da chiamare Bob, risponde in questo modo a quella domanda. Penso che sia in grado di camminare su una linea molto sottile, permettendo al pubblico di vedere la gioia di questo personaggio nel fare musica e la gioia pura che prova nel cameratismo con gli altri musicisti e nell’esplorazione delle idee, delle parole e della musica, sia nel farla che nell’ascoltarla. Timmy fa anche qualcosa di molto profondo, mostrando il suo disagio quasi genetico nei confronti di ciò che i suoi grandi successi provocano su di lui, e anche rispetto alle persone che da lui vogliono cose, o alle relazioni con gli altri sempre contaminate dal suo immenso potere e talento. E credo che abbia fatto un lavoro incredibile nel far crescere il personaggio, perché una delle cose che immagino sorprenderanno di più è che la maggior parte dei fan di Dylan non si concentra mai sul ragazzo con il cappellino che arriva in città. E Timmy invece è davvero il diciannovenne che racconta gli aneddoti del suo lavoro al luna park a una persona che riconosciamo come un’icona. Timmy trova la strada giusta per portarci lì. Non sarà ancora possibile vederlo nel trailer o nelle foto, ma il modo in cui fa crescere questo personaggio è un vero e proprio atto di genialità recitativa, secondo me.

Come hai detto tu, la replica precisa non è né l’obiettivo né una cosa possibile. Ma questa è una delle voci più imitate, sia nel canto che nel parlato, da cinquant’anni a questa parte. Tutti hanno un’imitazione di Dylan. Mi parli del modo in cui Timothée ha lavorato?
[Questa cosa delle imitazioni] è molto divertente, non ci avevo mai pensato. Probabilmente sono stato quello che ha parlato prima di tutti come Bob, perché ho passato tanto tempo con lui e cercavo di ricordare… la sua sintassi anche adesso è “così Bob”, e io cercavo di catturarla in quello che stavamo scrivendo. Credo che anche Timmy sia partito da lì. Nel senso che all’inizio è un po’ meno affettato di Bob come lo conosciamo rispetto alla fine, che credo sia una chiusura completa del cerchio. Abbiamo cercato di trovare qualcosa che lo facesse suonare come Dylan, ma anche come Timmy; il che significa che, se volessi descrivere il mio obiettivo come regista, volevo che l’attore recitasse la parte essendo il più credibile possibile, naturalmente, ma senza perdere ciò che ha di speciale. Volevo quasi che l’attore trovasse gli aspetti paralleli in lui e nella persona che stava interpretando. E che li mettesse in armonia anche con l’aspetto esteriore… non so se tutto questo ha senso.

Ci sono stati momenti in cui è stato inquietante assistere alla sua performance?
Sì, ci sono stati. Inquietante è una brutta parola. Direi miracoloso. E ci sono stati anche momenti in cui è sembrato che qualcosa venisse completamente compreso. Non intendo dire nell’imitazione. Intendo in termini di sentimento. Ma c’erano anche momenti in cui Timmy veniva da me e diceva: “Credo di avere un po’ perso Bob”, o io dicevo, quando succedeva, “Lo stai perdendo un po’, è vero”. E questo era il nostro codice per indicare la deriva di Bob e la mancanza di alcuni manierismi che sono parte integrante dell’essere lui.

Timothée Chalamet con Elle Fanning, che interpreta Sylvie Russo. Foto: Searchlight Pictures

Volevo chiederti di Sylvie Russo, il personaggio interpretato da Elle Fanning. Fino a che punto è semplicemente la vera fidanzata di Dylan dell’epoca, Suze Rotolo, solo con un nome diverso, oppure è metà Suze e metà finzione?
È più la prima. Era un personaggio che ritenevo – e credo che Bob fosse molto d’accordo quando ne abbiamo parlato all’inizio – l’unico a non essere una celebrità e un’icona in sé, una sorta di personaggio pubblico diciamo. Suze era solo una persona reale. E per molti versi, Elle rappresenta il nostro punto di vista, la nostra via d’accesso, se vogliamo, a tutti questi personaggi così eccentrici. È molto più simile a qualcuno che conosciamo. Bob non voleva sottoporla a tutto questo. Ma certamente il personaggio interpretato da Elle dà quell’energia alla storia. È una persona che entra nella sua vita, e che è un’artista lei stessa, politicamente attiva, che finisce per trasferirsi da lui ed è incredibilmente importante per la sua presa di coscienza rispetto a ciò che gli sta capitando. Inoltre, hanno sperimentato insieme una sorta di amore puro che, per molti versi, Bob non potrà mai più conoscere con nessun altro. Perché dopo un paio d’anni è diventato Bob Dylan, e a quel punto non ci sarà più modo per nessuno di relazionarsi a lui come poteva fare chi lo conosceva prima, come Suze/Sylvie. L’unica cosa è che non volevo mettere il suo vero nome sotto i riflettori, gli stessi che illuminano gli altri protagonisti di questa storia.

Sembra che Bob sia molto protettivo nei confronti della memoria di Suze.
Sì. Non c’è dubbio che sia una persona molto importante nella sua vita, e che sia rimasta tale.

A giudicare dal teaser e dalle foto del set, sembra che tra Timothée ed Elle ci sia una grande alchimia.
Come quella fra quei due [nella vita reale]. Ci dev’essere un motivo se li hanno fotografati insieme sulla copertina di Freewheelin’.

Ovviamente hai incontrato Bob per questo film. Ha parlato anche con Joan Baez?
No, lei non l’ho mai incontrata. Le sono state inviate delle pagine del copione per approvare le canzoni. Onestamente non avevo mai pianificato di incontrare Bob. È successo solo perché ha letto il copione e voleva vedermi. Prima di tutto, una volta letti alcuni di questi libri, ci si rende conto che non c’è modo di utilizzarli tutti. Sono in contraddizione al 100% su molte cose. Quindi bisogna seguire la propria linea. Ho limitato la sceneggiatura a un’enorme quantità di ricerche e ai colloqui con il signor Dylan. C’era un’enorme quantità di documentazione fisica dal 1963 in poi: i concerti, i backstage, le stanze d’albergo, le interviste. La quantità di interviste rilasciate da Bob era immensa. Le ho ascoltate tutte e ho cercato di trarne tutto quello che potevo per il film. E poi c’erano altre cose. Jeff Rosen, il manager di Bob, mi ha messo a disposizione le lettere che Johnny Cash e Bob si scrissero in quel periodo e che sono diventate una voce fondamentale nel film. Quando ti ritrovi fisicamente in mano queste lettere, stai guardando la voce interiore di questi personaggi. Non ho bisogno di Bob per elaborare quello che ha scritto, né di Johnny Cash per la sua parte. Ho i loro sentimenti di quel momento, nel 1963, scritti su un sacchetto per il vomito di quelli che danno in aereo. È quello che Johnny ha scritto a Bob, e io sto leggendo esattamente le parole che lui ha scritto. E da quelle parole capisci tutto.

Qualcuno ha avvistato Timothée con in mano una lettera di Johnny Cash sul set, e questo ha scatenato molte speculazioni. Per essere chiari, c’è Johnny Cash in questo film?
Oh sì, c’è.

Chi lo interpreta?
Boyd Holbrook.

Credo che la gente sperasse in qualche modo che questo film diventasse una sorta di universo cinematografico, anzi un multiverso in cui tornava Joaquin Phoenix.
Io non mi occupo di multiversi. Ma a parte questo, Johnny Cash all’epoca aveva tipo trent’anni.

Esattamente.
Amo Joaquin, ma non ha più trent’anni. Sono entrambi giovani in quel momento della vita. È strano che io abbia lavorato nel mondo dei cinecomic, perché non mi piace la costruzione di un universo fatto di più film. Penso che sia il nemico della narrazione. Anzi: la morte della narrazione. Per la gente è più interessante il modo in cui i mattoncini del Lego si incastrano tra loro che il modo in cui funziona una storia. Per me la domanda è sempre: “Cosa c’è di unico in questo film e in questi personaggi?”. Non voglio farvi pensare a un altro film o a qualche Easter egg: quello è un atto intellettuale, non un atto emotivo. Io voglio fare film che funzionino a livello emotivo.

Quindi la presenza di Johnny Cash in questo film non è una sorta di autocitazione.
Credo che quando gli spettatori vedranno il film, penseranno solo che Boyd è fantastico. Diranno solo: “Oh, c’è Johnny Cash perché fa parte della vita di Bob”.

Monica Barbaro nei panni di Joan Baez. Foto: Searchlight Pictures

Che ruolo gioca la Joan Baez di Monica Barbaro in questo film? Conosco i fatti biografici, ma sono curioso di sapere come viene rappresentata qui.
È uno dei personaggi principali del film. È una figura affermata nella musica folk, e quando arriva il giovane Bob c’è un’intensa e istantanea attrazione e fascinazione reciproca, ma anche una leggera competizione tra i due, che però parte sempre dall’ammirazione. Ci sono scintille in tutti i sensi tra i due, per tutto il film. Lei diventa uno dei personaggi più affascinanti della storia, una persona che, a differenza di Bob, è quasi cresciuta sul palcoscenico, e che è sempre a suo agio, sia quando fa dischi sia quando è sul palco per un concerto. Un approccio diametralmente opposto a quello di Bob.

L’obiettivo è quello di far uscire il film entro la fine dell’anno, oppure i tempi sono troppo stretti?
La risposta è “sì”, e ti dico che mi diverte. Può essere altrettanto spaventoso lavorare lentamente quanto lavorare velocemente. Quindi ci provo. E come ho detto, il film sta davvero prendendo forma e ci sta insegnando cosa vuole essere. Penso che abbiamo tempo a sufficienza per far sì che tutto si realizzi nel migliore dei modi.

C’era una ragione particolare per accelerare il vostro calendario di produzione? Forse il fatto che dicembre è ovviamente un periodo ideale per un film come questo?
Sì, è semplicemente per questo. Altrimenti rischieremmo di dover aspettare un anno [per distribuirlo]. Non si può far uscire un film come questo a febbraio o marzo. E poi c’è l’estate, e poi si va a qualche festival o qualcosa del genere, e si esce l’autunno successivo. Ma io amo lo slancio creativo di correre verso il pubblico così, a capofitto.

I fanatici di Dylan si arrabbierebbero se non te lo chiedessi: Baez nel film canta con lui al Newport Folk Festival del 1965, cosa che in realtà non è avvenuta. È una cosa che ti preoccupa o la gente deve solo capire che i film funzionano così?
Non mi preoccupa. Forse la prossima volta che parleremo lo spiegherò, perché penso che potrebbero aver cantato insieme in una sessione, o stavo cercando di inserire nel film qualcosa che era successo l’anno precedente: è davvero importante che abbiano cantato quella canzone nel ’64 e che io la stia facendo nel ’65? Non è che io abbia deciso di sana pianta di mettere qualcosa che è in completa contraddizione con la realtà. Cerco piuttosto di mettere tutto in un ordine che sia drammaturgicamente fedele alle cose che sono successe. Mi preoccupo sempre molto di più di essere fedele ai sentimenti, piuttosto che alla data o al fatto che ci fossero alberi spogli o verdi fuori dalla finestra quando è successo. Ma siamo molto precisi sul processo creativo delle canzoni e sull’ordine in cui sono nate, sul tempo trascorso in studio di registrazione e su tutto il resto, per quanto possibile.

Qualcuno ha scherzato sul fatto che, poiché sappiamo che Bob è stato coinvolto direttamente, il film non può essere così veritiero.
(Sorride) Questo lascerò che siate voi a dirlo.

Da Rolling Stone US