Rolling Stone Italia

Monica Lewinsky, sopravvivere è possibile

L’intervista: i nuovi progetti, tra cui una serie su Amanda Knox, l’elaborazione del trauma, il passato

Foto: Ryan Pfluger per Rolling Stone US

La prima cosa che si nota entrando nell’appartamento di Monica Lewinsky è un’insegna al neon rosa con la scritta «Credici sempre: sta per succedere qualcosa di meraviglioso». La sua casa di Los Angeles è soleggiata e luminosa, con file di libri sugli scaffali, foto di familiari e amici sorridenti, opere d’arte su quasi tutte le pareti. Mi mostra la grande fotografia incorniciata di un iceberg, che suo padre ha scattato durante un viaggio in Antartide, e poi una piccola stampa con la scritta “Lovey Dovey”, che l’artista Ed Ruscha ha realizzato apposta per lei.

Poi ci sono i cristalli. Una volta che li noti, ti accorgi che sono ovunque: in un angolo del piano della cucina, accanto alla macchina del caffè, sparsi sulle mensole delle librerie. In sala da pranzo ce n’è uno grande come un cocker spaniel che lei ha trovato in un negozio di Londra e si è fatta spedire a casa. Parlandomi proprio di quello mi dice: «Il quarzo chiaro è il quarzo “totale”. Amplifica, purifica. Ne ho tanissimi. Hanno avuto un ruolo importante nel mio processo di guarigione. Sono davvero magici. I cristalli si formano in condizioni, diciamo, difficili…».

«Sotto pressione, no?», chiedo.
«Esatto!», risponde lei, entusiasta. «Te ne darò uno da portare a casa».

Lewinsky ha 51 anni, ma questa è la sua prima casa di proprietà. Per anni ha faticato moltissimo a trovare un lavoro. Se avete memoria del 1998, quando lei, a 24 anni, è stata gettata per la prima volta sotto i riflettori, probabilmente ricorderete anche gli scatti dei paparazzi o la sua foto presa dall’annuario scolastico che campeggiava sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. È lei la stagista della Casa Bianca che ha avuto una relazione con l’allora presidente Bill Clinton e si è trovata coinvolta in uno dei più grandi scandali del secolo, vedendo la sua privacy e la sua dignità distrutte dalla stampa e dall’opinione pubblica.

La prima volta che il pubblico ha sentito la voce di Lewinsky è stata nelle telefonate registrate di nascosto dalla sua collega Linda Tripp, che ha consegnato i nastri alla Commissione Giudiziaria della Camera statunitense guidata dal consigliere indipendente Kenneth Starr, che stava già indagando su Clinton. Le trascrizioni sono state subito rese pubbliche, poi anche le registrazioni audio.

Un giorno Lewinsky era una privata cittadina, quello seguente le sue conversazioni più intime erano diventate di pubblico dominio. L’ondata mediatica che ne è seguita è stata uno tsunami di articoli di scherno e battutacce crudeli in seconda serata. Lei ha cercato di raccontare la sua versione della storia prima in un’intervista con Barbara Walters, nel 1999, e poi spiegando tutto dettagliatamente ad Andrew Morton, il biografo della Principessa Diana, per il libro Storia di Monica. Ha cercato di sfruttare al massimo il fatto di essere un nome conosciuto, lanciando una linea di borse e andando a MTV e alla HBO. Ma anche così si sentiva a disagio, così, intorno al 2005, ha smesso di esporsi pubblicamente.

A 40 anni, però, con molta cautela ed esitazione è tornata. Nel 2014 ha scritto un articolo, divenuto poi virale, per Vanity Fair intitolato Shame and Survival. L’anno dopo ha tenuto un TED Talk di grande successo intitolato The Price of Shame. Nel 2021, è stata producer della serie per la regia di Ryan Murphy American Crime Story: Impeachment, rimettendosi in gioco e rivivendo l’anno peggiore della sua vita in cambio della chance di avere voce in capitolo sul modo in cui veniva raccontato.

Finalmente il pubblico era pronto ad ascoltare la sua versione. Ha poi continuato a scrivere per Vanity Fair, è apparsa in spot contro il bullismo, ha prodotto un documentario intitolato 15 Minutes of Shame – Al centro dello scandalo, che parlava di persone che sono state umiliate pubblicamente, e si è prestata per una campagna pubblicitaria del marchio di moda Reformation con l’obiettivo di sensibilizzare gli elettori a registrarsi per votare. Stava diventando un simbolo di resilienza.

Oggi, però, Lewinsky usa la sua voce in modo differente. Sta per lanciare un podcast intitolato Reclaiming With Monica Lewinsky, una produzione Wondery in cui interagirà con alcuni ospiti per parlare di eventi che hanno plasmato la loro persona e di come sono arrivati a elaborarli. Tra i primi invitati figurano Molly Ringwald, che parla delle sue esperienze legate al successo in età giovanissima, Kara Swisher, la scrittrice Anne LaMott e l’amico Alan Cumming. Alla fine di ogni puntata, lei regala a ogni ospite un cristallo.

Dopo tutto quello che ha passato, affrontare nuovamente il mondo fa paura. Ma lei è pronta.

«Per fare in modo che questo podcast esprima tutte le sue potenzialità, devo essere più aperta», mi dice con un respiro profondo. «Quando faccio battute su Twitter o scrivo un articolo, in realtà sono ancora parzialmente nascosta. Il podcast rappresenta il modo in cui torno a essere me stessa, proprio come succede nelle storie delle persone con cui parlo».

Per una decina d’anni ha evitato di parlare pubblicamente. Pensava che avrebbe continuato così per sempre?
Ci sono stati parecchi momenti in cui avrei voluto scomparire, semplicemente tacendo o sparendo. Ma ho sempre tenuto duro.

Nei primi anni, subito dopo il 1998, non ho potuto evitare di essere un personaggio pubblico. E ce l’ho messa tutta: ho provato a farlo in diversi modi, ma alla fine non ero contenta. Quindi mi sono trasferita in Inghilterra, dove ho frequentato una scuola di specializzazione. Speravo davvero che, con questi studi, avrei avuto delle basi su cui costruirmi una nuova identità e una nuova vita. Non ha funzionato.

Come mai?
Non riuscivo a trovare lavoro. C’era ancora tanto pregiudizio nei confronti della mia persona e della mia storia. In più era il 2008, quindi eravamo in recessione. E poi c’era in ballo anche la candidatura di Hillary (Clinton, nda).

Sono uscita dalla scuola di specializzazione con un master in psicologia sociale e mi interessavano molto gli ambiti legati al branding e alla beneficenza. Ho cercato lavoro in tutti i settori, dal branding al marketing, dalle ricerche di mercato alla beneficenza. In un posto mi hanno detto: «Ci piacerebbe assumerti, ma riesci a procurarti una lettera di garanzia?». Non saprei nemmeno come si fa.

E poi cosa ha fatto?
Desideravo disperatamente tornare a essere una persona normale. Quando mi sono accorta che non era possibile farlo è arrivata la morte di Tyler Clementi (lo studente della Rutgers University morto suicida, nel 2010, dopo essere stato vittima di bullismo, nda). È stata una vera rivelazione per me. Ho pensato che queste cose succedono anche ai più giovani, a persone che non sono esposte pubblicamente. E io, anche se non sono al top, sono ancora qui. In qualche modo sono riuscita a sopravvivere, quindi è possibile farlo.

Da un lato c’era questo. Dall’altro c’era un aspetto molto pratico: dovevo mantenermi. Avevo appena finito l’università, quando ho iniziato il mio tirocinio alla Casa Bianca: è stato il mio primo lavoro e tutto il percorso normale che la mia carriera avrebbe potuto seguire è stato cancellato. Dopo la laurea, a 10 anni dal 1998, ho iniziato a capire l’entità del danno che avevo subito.

Foto: Ryan Pfluger per Rolling Stone US

C’è mai stato un momento in cui ha pensato: «Ok, sarò un personaggio pubblico per il resto della mia vita»?
No. Ma credo di esserci arrivata ora. Sono entusiasta, ma anche terrorizzata all’idea di fare un podcast. È una cosa grossa per me.

Perché questo podcast?
Mi ero appuntata l’idea di “reclaiming” nella mia app Notes non molto tempo dopo che era uscito Becoming di Michelle Obama, dando il via a quel trend per cui «tutti fanno un libro con una parola e un verbo in -ing”. Allora mi sono detta: «Il mio sarà Reclaiming. Ogni capitolo potrebbe rappresentare un aspetto di me stessa di cui mi riapproprio». Quando ho iniziato a rifletterci, mi è parso più interessante allargare l’idea ad altre persone e alle storie di altri, piuttosto che concentrarmi solo su di me. Comunque penso che nel podcast ci saranno anche cose che mi riguardano direttamente. Quindi l’idea è questa. Sono terrorizzata.

Cosa la spaventa?
Il fallimento. La mia psichiatra di riferimento è specializzata in traumi. Mi dice: «Gli effetti di un trauma durano molto tempo e ci vuole tanto prima che la psiche si senta al sicuro e allenti la presa su certe cose». Credo di avere paura di perdere tutto un’altra volta. Ho paura di trovarmi nuovamente a dire «Non riesco a mantenermi». Però ho 51 anni, sono un’adulta. Quindi penso che i miei traumi e le mie paure non abbiano più radici così profonde come a volte credo.

Come sceglie i suoi ospiti?
Sono persone con storie che mi interessano. La mia intenzione è quella di dare una definizione molto elastica del termine “riappropriarsi”, nel senso di riprendersi qualcosa che era tuo, ma anche di recuperare qualcosa che era andato perso o era stato rubato. Entrano in gioco il dolore, la resilienza e, infine, la vittoria. Per esempio, spero di parlare con Sam Altman prima o poi. Voglio sentire la storia di quei cinque giorni intercorsi tra la perdita dell’incarico di CEO di OpenAI e il momento in cui ha riavuto quello stesso cazzo di lavoro. Mi sarebbe piaciuto parlare con Tracy Chapman appena è scesa dal palco dei Grammy [l’anno scorso, nda]. Quello che mi interessa è la natura caotica del percorso che ti porta da un punto all’altro. Cosa è successo prima di una determinata cosa?

Mi dica qualcosa del suo percorso di riappropriazione.
Le prime occasioni [in cui ho raccontato la mia storia, nda], cioè il libro di Andrew Morton e l’intervista a Barbara Walters, sono state dei tentativi ingenui di presentarmi. Quanto ero ingenua di fronte ai meccanismi del mondo e a pensare: «Ok, la gente ha sentito un sacco di cose sul mio conto, ma adesso mi conosceranno e capiranno. Mi vedranno come una persona». Non è accaduto.

Ma nel 2014, quando è uscito il mio primo pezzo per Vanity Fair, era successa una cosa importante: il mondo era cambiato. C’era una generazione di persone più giovani che forse conoscevano il mio nome perché era citato in un pezzo rap o l’avevano sentito a lezione di storia o qualcosa del genere, ma non erano state sottoposte a quello che la mia famiglia chiama “il lavaggio del cervello”. Non avevano vissuto quel periodo in cui io ero completamente segnata dalla visione dei media, dalla politica e dai miei stessi errori.

C’è stato un cambiamento. Sono andata a vedere Slut: The Play [lo spettacolo off-Broadway di Katie Cappiello sullo stupro di un’adolescente e le sue conseguenze, nda] e una ragazza è venuta da me, subito dopo, e mi ha detto: «Abbiamo letto il tuo saggio nel gruppo femminista del mio liceo». Ho pensato: «Porca miseria». Per me è stato importante.

È sconvolgente ripensare a come è stata ritratta dalla stampa. Cosa ne pensa, soprattutto adesso che lavora nel mondo dei media come redattrice di Vanity Fair?
Soffro ancora di PTSD. Ho un disturbo da stress post-traumatico per via di tante delle cose che sono successe nel 1998 e un ruolo in tutto ciò l’ha avuto la mia esperienza con i media. Ma sapevo che avrei dovuto voltare pagina, se volevo tornare a parlare pubblicamente. Forse ho cercato di stare alla larga dalle persone che scrivevano molto in quel periodo. Magari inviterò qualcuno di loro nel podcast. Chi lo sa? Potrebbe essere interessante, prima o poi, parlare con Mike Isikoff (l’ex giornalista di Newsweek che ha contribuito a diffondere la storia della relazione tra Lewinsky e Bill Clinton, nda). Mai dire mai.

Ha in cantiere un progetto con Amanda Knox per una serie basata sul suo arresto in Italia e la sua assoluzione.
Sì, siamo in produzione e stiamo girando in tutto il mondo. Amanda è fra i produttori esecutivi della serie.

Com’è lavorare con lei?
È molto intelligente e creativa, sa essere divertente ed è un’ottima collega. Io mi trovo in una posizione unica, essendo stata sia protagonista di una storia che una producer e sto facendo del mio meglio per guidare una persona in un percorso simile. È difficilissimo, soprattutto quando la tua storia è legata a un trauma.

Cosa l’ha spinta a occuparsi di Amanda?
Lo stesso motivo per cui ho voluto aiutare a raccontare la storia di Impeachment, cioè spiegare quello che succede a queste giovani donne che vengono sbattute sul palcoscenico del mondo e fatte a pezzi, divorate, etichettate, derise e usate (da altri, nda) per fare soldi.

Ci sono altre vicende simili a cui vorrebbe lavorare? Ho letto che andava al liceo con i fratelli Menendez…
Li conoscevo. Ho fatto l’audizione per la banda scolastica subito dopo Erik. 

La loro storia è stata nuovamente raccontata di recente, sempre con Ryan Murphy alla regia.
Ryan ha un talento straordinario nel raccontare storie e parlare di tematiche sociali in modi che attraggono il maggior numero di persone possibile: è una vera forma d’arte. Il dibattito sul riesame della loro condanna continua… Dietro le sbarre ci sono tante persone le cui azioni sono dipese da un trauma, un trauma sessuale o un abuso. Se, in questa maniera, altri arriveranno a godere delle stesse attenzioni, altri che magari non sono così interessanti o non arrivano da un ambiente così intrigante, allora va bene. Questo dibattito riguarda un tema molto importante e non sono sicura che siamo pronti ad affrontarlo.

Foto: Ryan Pfluger per Rolling Stone US

Rifarebbe una versione narrata della sua storia? Magari un film?
Arrivata a questo punto, ho capito che questa storia ha una vita propria. Quindi, se si presenta qualcosa di significativo, che fa progredire il dibattito, sono pronta a mettermi in gioco. 

Non pensa mai che arriverà un momento in cui dirà: mai più?
Ci ero arrivata ed è qualcosa che fa parte del lavoro su di me, che ho dovuto fare. Potrebbe anche accadere di nuovo, e va bene. Questo è uno degli aspetti positivi del podcast: mi sembra che si apra un nuovo capitolo per me. È un modo diverso di usare la mia voce, di riappropriarmene e di entrare in sintonia con le persone.

Ha anche continuato nel suo impegno nella lotta contro il bullismo. Che risultati ha visto?
Mi piace partecipare alle campagne per il Mese per la Prevenzione del Bullismo. È sempre stata una cosa molto importante per me. Ma mi trovo anche in un momento in cui, in tutta sincerità, mi chiedo: «Sto davvero dando una mano? Sto facendo la differenza?». Guardate il cazzo mondo in cui viviamo e le scelte che abbiamo fatto, come società, in questo Paese. Quindi mi sento un po’ sperduta. Ma almeno si parla di più di questi argomenti. Cyberbullismo era una parola che neppure esisteva nel 1990, così come fat shaming nel 1998. Questo non significa assolutamente che io abbia dato inizio a questi dibattiti. Ma penso di avervi partecipato.

Sono in contatto con molte persone di organizzazioni che svolgono un lavoro straordinario e di grande impatto. A loro sono grata per avermi permesso di contribuire, anche perché a ogni singolo step ho incontrato degli oppositori. Persone che hanno detto: «No, queste cose non fanno per te», o «No, non puoi partecipare a questo evento perché non ha niente a che fare con la politica», o ancora «La persona che ospita l’evento ne ha appena fatto uno con Hillary e pensa che non sia una buona idea che tu partecipi». Insomma, il fantasma è sempre lì che aleggia.

Ne ha già scritto nella sua rubrica su Vanity Fair, nel 2018: in che modo il movimento #MeToo ha cambiato la percezione di ciò che ha vissuto?
Quel pezzo credo sia stato veramente frutto della fase piena di domande che attraversavo. Ho continuato riflettere su questo tema perché, ovviamente, è un argomento importante, soprattutto se guardiamo alla storia di Gisèle Pelicot (la donna francese che è stata drogata e violentata dal marito e da decine di altri uomini, nda) e ci viene da pensare: «Wow». Senza quel video, nessuno le avrebbe creduto. Ci sono tante altre persone che hanno storie di questo tipo e che meritano attenzione. Penso che la mia sia storia stata un abuso di potere da manuale. È interessante perché, invecchiando, mi sembra di vedere le cose in modo diverso. Adesso ho 51 anni e l’idea di una relazione con una persona di 24 anni mi pare una follia, da più punti di vista. Ci sono tanti modi diversi per spiegare ciò che pensavi di una cosa, quello che significava per te in un certo momento e come la vedi ora. Sono tutte cose da cui è sempre dipeso il modo in cui mi si vedeva e quello in cui si giudicava la vicenda.

Sembra che, con l’avanzare dell’età, lei sia arrivata a vedere le sue esperienze attraverso una lente diversa, ma non ha mai fatto un’inversione di marcia netta.
Molto bene. Perché ho sempre temuto di poterlo fare… anche involontariamente. Pensavo: “Non è stata una violenza sessuale”. Non lo è stata. Io ero consenziente. Ma avevo capito che cosa significava, in realtà, in quel momento? No. 

Alcune delle interviste che ha rilasciato e la sua biografia sono uscite subito dopo i fatti. Lei era ancora giovanissima.
Sarò per sempre grata ad Andrew (Morton, nda) per aver scritto la mia biografia, perché nessuno voleva pubblicarmi.

È davvero strano.
Non riuscivo a trovare un agente letterario. In una delle grandi agenzie di qui c’era una persona che voleva rappresentarmi. Però, poi, un suo cliente molto importante che era un grande sostenitore di Bill gli ha detto: «Se lo fai, me ne vado». Io dovevo affrontare delle spese legali molto alte ed ero disoccupata da un anno. Ma non consiglierei a nessuno di lavorare a una biografia sul periodo più traumatico della sua vita, in tre mesi, e prima che tutto sia finito.

Che effetto le fa, adesso, vedere persone come Brett Kavanaugh, che ha contribuito alle indagini del procuratore speciale Kenneth Starr, in posizioni di potere così importanti?
È avvilente. Vorrei che il mondo non funzionasse così. E, negli ultimi otto anni, abbiamo visto una miriade di situazioni che ci hanno portati a pensare: «Non sono questi i valori con cui siamo cresciuti».

A proposito di persone legate a quella vicenda: Linda Tripp e Ken Starr di recente sono morti. Come ha preso la notizia?
È stato scioccante, in entrambi i casi. Ho incontrato Ken Starr per la prima volta nel 2018 e non ho visto nessun rimpianto in lui. Anche Linda Tripp non si è pentita delle sue azioni. Gran parte del lavoro che ho fatto su di me è stato incentrato sul perdono e sul lasciar andare le cose del passato. Certo, ho dei momenti in cui scatto, mi arrabbio o mi intristisco. Ma credo che il dono che il mondo mi ha fatto in questi ultimi 10 anni, cioè poter finalmente fare un passo avanti ed essere presa sul serio come essere umano, mi abbia permesso di liberarmi di molte di queste faccende. Però ogni anno il 16 gennaio, il giorno in cui si è svolta l’operazione sotto copertura (quando Lewinsky è stata portata via dagli agenti dell’FBI e interrogata, nda), faccio qualcosa. In famiglia l’ho fatta diventare la Giornata dei Sopravvissuti.

In cosa consiste?
Festeggiamo. A volte mia madre mi fa un regalo o me ne compro io uno, e ci prendiamo un momento di riflessione. È allora che entro più intensamente in connessione con il mio passato. Quello è stato il giorno più brutto della mia vita.

Lei è molto divertente sui social.
Grazie.

Sono curioso: il suo ingresso in quel mondo è stato stressante?
Oh mio Dio: terrificante. Quando ho iniziato a scrivere su Twitter, prima di pubblicarlo ho fatto vedere il mio tweet a tre persone e ho scelto accuratamente ogni singola parola. È stata la mia amica Lara Cohen, che all’epoca lavorava in Twitter e mi stava aiutando ad ambientarmi, a dirmi: «Sei davvero divertente. Dovresti mostrare alla gente questo tuo aspetto».

Le donne, in particolare, sono oggetto di molti attacchi verbali sui social. Anche lei ne è vittima?
Sì. È piuttosto affascinante il fatto che tante persone non abbiano imparato una sola battuta nuova in 27 anni. È dura. Credo che una delle cose che abbiamo cercato di spiegare in 15 Minutes of Shame sia come ci si sente. La sensazione dello tsunami che ti investe. Perché, anche se razionalmente lo sai e ti dici «questi sono dei bot», è comunque tutta energia negativa che ti arriva addosso. Ed è tanta.

Crede che il 1998 sarebbe stato migliore o peggiore, per lei, con i social media?
Entrambe le cose. Sarebbe stato peggiore in termini di dilagare di cattiverie e scherzi. Ma sarebbe stato meglio perché, allora, l’unico modo in cui potevo vedere un sostegno era se una personalità pubblica interveniva a mio favore o se qualcuno mi scriveva una lettera o inviava un’e-mail al mio avvocato. Penso però che ci fossero un bel po’ di persone che non si esprimevano, ma erano dalla mia parte. Se si fosse saputo, questo avrebbe dato un altro spessore alla mia persona, invece dei ritratti che si limitavano a pubblicare una pagina dell’annuario del mio liceo e tutte le stronzate che ho detto in 20 ore di conversazioni telefoniche… 

La gente avrebbe visto una pagina Instagram.
Esatto. Penso che sia una cosa che ti umanizza un po’ di più.

Com’è la sua vita, oggi?
Ogni giorno è diverso dal precedente. Sono un’eclettica, faccio tante cose differenti. Devo dire che ero terrorizzata all’idea di arrivare al mio 49° anno d’età, perché il 39° era stato davvero orribile. Mi sentivo schiacciata da tutto ciò che non avevo fatto, da tutti i miei fallimenti. Non mi sono sposata, non ho figli, non ho un lavoro. Compiere 40 anni è stato terribile. Temevo l’arrivo dei 50, invece i miei 49 anni sono stati fantastici: un’annata di grande accettazione.

Sentirsi a proprio agio come donna dà tanta libertà. Qualche mese fa ero a un appuntamento e la persona con cui sono uscita mi ha chiesto: «Che cosa ti piace fare?». Ho risposto: «Non saprei: camminare sulla spiaggia». «E poi?». E io: «Camminare in spiaggia». In passato avrei cercato di inventarmi qualcosa su due piedi o di fare finta che mi piacesse qualche genere di musica che non conoscevo minimamente o un artista che non avevo mai sentito nominare. Insomma, tutti quei modi in cui si cerca di stare al passo con chi si ha di fronte. Ma non mi sento più così ed è davvero bello.

Come è, per lei, uscire con qualcuno?
Non sono iscritta a nessuna app. Mi dico: «Non posso farlo. Mi imbroglierebbero, perché sono molto ingenua». Non penso di essere ancora in grado di fidarmi così tanto. Perlopiù si tratta appuntamenti organizzati. Mi capita di uscire con qualcuno, ho delle storie, relazioni di coppia, tutto quanto. Ho incontrato degli uomini straordinari. Sono stata molto fortunata, ma non abbastanza da avere una relazione che ha funzionato. Ho ancora molti problemi. 

In che modo le persone la trattano diversamente, rispetto a 20 anni fa?
Sento empatia e comprensione. Credo che la gente veda la mia storia in modo differente. Molte persone mi parlano del fatto che avrebbero voluto comportarsi diversamente allora, delle barzellette che hanno raccontato o del modo in cui la pensavano. Tutte le cose positive che arrivano cancellano qualcosa di negativo dal passato. Sono fortunata a essere circondata da un gruppo di persone che mi supportano e mi aiutano a guarire, e poi faccio un lavoro enorme su me stessa per uscire allo scoperto; ora ho la fortuna di poterlo fare e spero sarà così per sempre. Ma hi anche persone che mi aiutano a livello professionale. E degli amici fantastici.

Avrebbe mai immaginato, nel 1999, che la sia vita sarebbe stata così?
No. Ma non solo nel 1999, anche nel 2009.

Davvero?
Nel 2009 mi sarebbe risultato quasi più difficile immaginarlo, perché a quel punto avevo capito quanto avevo perduto. Per molto tempo non ero riuscita a rendermene conto, né a capire quanto la gente pensasse male di me. È strano che tu prima abbia menzionato Linda Tripp, perché di recente qualcuno mi ha detto: «Ma il tradimento di Bill non è stato più pesante?». E io ho risposto: «Sono due cose diverse, perché le conseguenze del tradimento di Linda sono state immediate, mentre quelle del tradimento di Bill si sono manifestate nell’arco di decenni». Quindi, in questo senso, erano cose diverse.

Come si sente ora che la gente, finalmente, vede la sua storia in modo diverso?
È davvero pazzesco. Ho una famiglia che mi sostiene molto. E penso che tutti abbiano vissuto momenti così, del tipo: «Oh, mio Dio, wow». Sono una gran lavoratrice e credo che le persone che hanno toccato con mano la scarsità di opportunità o di risorse, quando le hanno, le apprezzano in maniera diversa. Ma sono sempre stata fortunata. Ho sempre avuto un tetto sopra la testa e del cibo in tavola. A volte ero senza soldi in banca, ma ho sempre avuto persone che mi volevano bene. Non l’avrei mai detto, quindi sono molto grata. Devo trovare un sinonimo di «grata».

Da Rolling Stone US.

Iscriviti