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L’alternativa al mainstream oggi passa anche dagli Sprints

Intervista a Karla Chubb, cantante e chitarrista della band irlandese che recupera suoni e atmosfere di Pixies e PJ Harvey per sfuggire dal conformismo. «Alla fine c’è un’unica cosa da fare, no? Accettare se stessi»

Foto: Niamh Barry

In Ticking, prima traccia di Letter to Self, la cantante e chitarrista Karla Chubb si chiede: “sono viva?”. Si risponderà di sì nel brano di chiusura che dà il titolo all’album uscito a inizio gennaio per City Slang, esordio dei suoi Sprints dopo gli EP Manifesto e A Modern Job: 11 pezzi di esplosivo e viscerale garage punk/noise rock; un disco intriso di influenze anni ’90, che vede la 32enne di Dublino – complici Colm O’Reilly alla chitarra, Jack Callan alla batteria e Sam McCann al basso – scavare nelle proprie insicurezze e fragilità, esplorare la propria angoscia mentale e le difficoltà incontrate nel costruirsi un’identità personale in una società attraversata da un conformismo a tratti soffocante. Dentro c’è rabbia, le canzoni partono perlopiù lente per trasformarsi in sfoghi, muri di suono, urla liberatorie.

«Si trattava di esorcizzare il dolore, per approdare alla catarsi», spiega Karla in collegamento su Zoom. «Perché Letter to Self parla di me, è un disco autobiografico che descrive quanto sia stata dura riuscire ad accettarmi come donna queer senza vergogna, né sensi di colpa. Sin da piccola sono sempre stata il tipico maschiaccio: amavo il calcio e la musica heavy, detestavo vestirmi in modo femminile. Così verso gli 11-12 anni ho iniziato a sentirmi dire che ero una lesbica, che sarei andata in una scuola per gay e robe simili, e a quell’età non è facile confrontarsi con una definizione di sé così risolutiva. Quando, poi, crescendo, ho abbracciato di più la mia femminilità, i dubbi sono ulteriormente aumentati: se sono omosessuale, allora cosa me ne faccio di questo? Devo tornare com’ero prima? Il punto è che non volevo essere uno stereotipo di alcun tipo, non volevo mentire a me stessa, volevo vivere in modo autentico. Solo che ero terrorizzata, anche perché anche mio fratello è omosessuale e sapevo quanto fosse stato complicato per lui. Però alla fine c’è un’unica cosa da fare, no? Accettare se stessi».

Questo il cuore tematico di Letter to Self, album che nei prossimi mesi porterà gli Sprints in tour in Europa (ma per ora non in Italia) e negli States. «Crediamo ancora nel valore dei dischi, tant’è che abbiamo cercato di unire i brani in un viaggio, in un’esperienza con un incipit e un finale, quasi fossero capitoli di un libro», dichiara Karla. Di qui l’interrogativo iniziale “am I alive?”. Di qui quell’intenso ribollire di ritmi pronti a esplodere come pugni in faccia. «Ho vissuto momenti bui e ho capito che la depressione è come una spirale, come un’onda, qualcosa che arriva piano per poi raggiungere un picco, schiantarsi in superficie, calmarsi e accumularsi di nuovo. Il modo in cui costruiamo i nostri pezzi rispecchia questa natura ciclica, perché certe inquietudini non scompaiono mai del tutto, sono sempre lì. Al tempo stesso ci tenevamo a esprimere divertimento ed energia: se la musica è il mio modo di elaborare tutto il casino che ho in testa, come band ci premeva trasmettere l’idea che accanto a tristezza e oscurità c’è qualcosa di positivo, mostrare che si può prendere tutto quel casino e gridarlo per tramutarlo in qualcosa di buono».

In una scena irlandese che negli ultimi anni ha dato ampio spazio ad alt rock e post punk, basti citare Murder Capital e Fontaines D.C., gli Sprints hanno plasmato Letter to Self con la complicità, alla produzione, del conterraneo Daniel Fox, già bassista dei Gilla Band (ex Girl Band). «L’intento, nel nostro caso, era di plasmare un sound rumoroso, aggressivo, ma emotivamente guidato, attingendo al nostro amore per Fugazi e Pixies, oltre che per PJ Harvey, alla quale mi sono appassionata abbastanza di recente ascoltando suoi dischi degli anni ’90 come Dry e Is This Desire».

«Sia io che gli altri Springs siamo cresciuti con le boy band e con Britney Spears, era lei l’artista numero uno quand’ero bambina. Però a casa mia madre ascoltava Cat Stevens, Joni Mitchell, Johnny Cash, e questo ha fatto sì che imparassi a suonare la chitarra acustica, prima di quella elettrica, e mi ha spinta verso una scrittura non così lontana dalle narrazioni del folk. L’avvicinamento a Pixies e Fugazi, ma potrei citare anche i Bad Brains, è avvenuto durante l’adolescenza. Prima dell’avvento dei media digitali, c’è stato un periodo in cui andavano tantissimo i videogiochi di Tony Hawk: furono questi ad aprirci a tutto un altro mondo di musica punk e skate».

In realtà quando si sono formati, nel 2019, gli Sprints erano in tre e suonavano indie folk: è stato dopo un concerto delle Savages che hanno deciso di cambiare rotta. «Oggi tutto sembra ruotare attorno al pop e al rap da classifica e va bene, serve anche leggerezza nella vita, ma sono contenta di aver trovato in generi come il grunge e il punk un’alternativa al mainstream», afferma Karla. «Quello che gruppi come il nostro cercano di esprimere sarà sempre considerato un po’ marginale ed è un peccato, ma siamo felici di far parte di questa scena più o meno grande, così come è fantastico notare che proprio in questo ambito donne, artisti di colore, trans e gay, siano in aumento: ci sono un sacco di nuove band che probabilmente negli anni ’90 non avrebbero mai sfondato».

La questione della rappresentanza femminile è centrale per la leader degli Springs, fan non solo di PJ Harvey, ma anche di Patti Smith («leggere il suo libro Just Kids mi ha illuminata») e di Florence Welch: «Adoro il suo songwriting, la sua capacità di rendere la complessità con versi poeticamente perfetti, l’ho ascoltata tanto nei momenti di difficoltà. Quando ero ragazzina erano poche le donne icone del punk e del rock’n’roll alle quali ispirarsi. Oltre ai nomi che ho già fatto, c’erano le Sleater-Kinney, le Hole, Siouxsie Sioux, Bikini Kill. Insomma, pochi modelli e sempre gli stessi. Per cui sono entusiasta di portare avanti la prossima generazione di ragazze, è importante far aumentare il numero di modelli femminili, pensare che qualcuno là fuori, guardandomi, arrivi a dire “se lo fa lei, posso farlo anch’io” mi inorgoglisce».

Tornando all’aspetto strettamente musicale, Letter to Self non è certo un disco che si possa definire innovativo, ma non si può non riconoscere agli Sprints la capacità di combinare energia punk e orecchiabilità in un sound potente che non lascia indifferenti. «Le nostre sono canzoni pensate per essere suonate live», osserva Karla, che per buttarsi a capofitto nella carriera da rocker ha mollato il lavoro con cui si guadagnava da vivere. «Mi occupavo di media e contenuti, un’attività creativa che mi ha permesso di seguire campagne enormi per marchi come Spotify, Nike, Guinness. Mi piaceva, ma passavo il tempo a controllare telefono ed e-mail per vedere quali opportunità ci fossero per gli Sprints, e ogni volta che saltava fuori una nuova occasione, un concerto da fare, un’intervista, mi esaltavo fino al punto di dirmi: non c’è nient’altro che vorrei fare nella vita. Così alla fine mi sono convinta che era la musica e solo la musica la strada da seguire, cosa per cui devo ringraziare Sylvia Plath e il suo La campana di vetro: in quel romanzo lei ricorre a un simbolismo, quello dell’albero di fico dove ogni fico rappresenta un sogno, un desiderio, proprio per parlare della necessità di scegliere, pazienza se ogni scelta implica una rinuncia. Non si può vivere avendo paura di sbagliare e di perdersi qualcosa: io stessa adesso sono in ansia per il futuro, per le bollette da pagare e tutti quei problemi che ben conosciamo, ma bisogna credere nel proprio percorso e andare avanti».

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