È morto David Johansen, gli sbandati hanno perso | Rolling Stone Italia
Eulogia proto punk

È morto David Johansen, gli sbandati hanno perso

Omaggio a un antieroe dal talento inversamente proporzionale al successo. Chi andava a sentire Alice Cooper non si chiedeva se fosse uno psicopatico. Chi vedeva i primi New York Dolls si domandava veramente se fossero dei travestiti che suonavano per arrotondare le marchette

È morto David Johansen, gli sbandati hanno perso

David Johansen e Johnny Thunders coi New York Dolls nel 1973

Foto: Richard Creamer/Michael Ochs Archives/Getty Images

Con David Johansen se ne va l’ultimo brandello di anima musicale della New York degli anni ’70. Se nel 2013 con la morte di Lou Reed la New York che ha anticipato il punk ha perso il suo re, oggi la città immortalata meglio di chiunque altro da Martin Scorsese ha perso l’ultima delle sue cinque regine di pezza. Johansen era una regina caduta in disgrazia molto presto, ma aveva continuato a portare avanti la sua visione sghemba dell’arte dell’intrattenimento anche dopo la fine dell’avventura dei New York Dolls, con risultati economici spesso modesti, ma divertendosi un sacco. Ha concluso la propria vita come aveva passato il resto dei suoi anni: nel cuore di tutti quelli che ne hanno incrociato la strada, ma sostanzialmente dimenticato dal resto del mondo.

Pur restando per sempre una outsider, Lou Reed era riuscito a ottenere la stima e la venerazione che gli erano dovute. David Johansen (e di fatto tutti i componenti di quel gruppo di talentuosi e coraggiosissimi debosciati) rimarrà per sempre il frontman di una delle band più influenti di sempre e allo stesso tempo meno riconosciute dalle masse. Per i loro più grandi discepoli, i Ramones, i New York Dolls erano delle specie di divinità. Come loro, si sono sciolti perché non vendevano dischi. E come loro sono tutti morti troppo presto.

Ogni volta che muore un eroe come Johansen, è come se fosse stata perpetrata un’ingiustizia. È successo ogni volta che ci ha lasciato uno dei Dolls, l’ultimo in ordine di tempo è stato Sylvain Sylvain nel 2021, o quando Stiv Bators è morto perché non si è voluto far curare dopo uno stupido incidente o quando è morto ognuno dei finti fratelli Ramone. Lo stesso senso di sconfitta totale avvertito per Jeffery Lee Pierce dei Gun Club, Nikki Sudden o Rowland S. Howard. Tutti artisti accomunati da un talento inversamente proporzionale al successo e dall’aver camminato troppo a lungo sul lato selvaggio della strada. Gente in grado di influenzare band da stadio, ma incapace di trovare un riscatto nemmeno dopo la morte.

Rimbombano in testa le parole dei fratelli Cohen: «La vostra rivoluzione è finita, signor Lebowski, gli sbandati hanno perso». Johansen e soci avevano provato davvero a fare una rivoluzione. Nessuno aveva mai visto niente del genere e in pochissimi consideravano la loro proposta come qualcosa di diverso da un oltraggio alla morale. Sì, erano proto punk fino al midollo, ma erano molto altro. I Ramones erano troppo machi anche solo per pensare di vestirsi da donna. Il glam del gruppo di Johansen era diverso da quello di una delle tante frange musicali derivate da loro, il glam metal, che in fin dei conti era solo sessismo becero, e pure da quello androgino di Bowie. Era semmai più simile al personaggio del Dr. Frank-N-Furter del Rocky Horror Picture Show che, non a caso, è uscito un paio di anni dopo il debutto dei New York Dolls.

Chi andava a vedere Alice Cooper non si chiedeva se fosse davvero una specie di psicopatico in libera uscita, mentre i primi ad assistere ai loro spettacoli al Mercer Arts Center nel 1972 si domandavano veramente se fossero dei travestiti arrivati per arrotondare un po’ le marchette. Il primo album è stato sostanzialmente un fallimento e il secondo, valido quanto il primo, portava già nel titolo il destino della band: Too Much Too Soon. Fine dei giochi? Forse. Perché un giovane ma già scafato Malcolm McLaren, che portava in grembo la sua personale visione di shock rock, pensò bene di trasformarli in una sorta di gruppo comunista vestito di pelle rossa, forse la cosa che insieme al sesso poteva far incazzare maggiormente gli americani. Nemmeno quello funzionò. Riveduto e corretto, il suo progetto sarebbe poi diventato leggenda (e quattrini), poco tempo dopo con altri quattro reietti inglesi.

Proprio uno di quei reietti, Glen Matlock è rimasto folgorato vedendoli la prima volta di spalla ai Faces: «C’era Sylvain Sylvain sui pattini a rotelle e Thunders non aveva nemmeno una chitarra di riserva. Rompe una corda all’inizio di Frankenstein e c’è questa grande attesa mentre un roadie è in giro a cercare una cazzo di chitarra nuova. E intanto Thunders sfila su e giù per il palco, con tutti questi capelli, e Johansen lancia birra al pubblico… Quindi ricominciano e si sente “Wahh bang!” e rompe di nuovo una corda. Tutti ormai gli gridano di andarsene e tutto quel genere di insulti, ma con una spavalderia mai vista era proprio come se ci stessero dicendo di andare a fare in culo! Erano totalmente diversi da chiunque altro».

Una volta dismessa la band, Johansen ha provato invano a tenerne viva la fiamma, per poi virare sulla recitazione (splendido nella parte del Fantasma del Natale passato in S.O.S. fantasmi con l’amico Bill Murray), per poi reinventarsi improbabile e spassosissimo crooner con l’alterego Buster Poindexter, che ha impersonato a più riprese fino al nuovo millennio. Nel 2004, su invito pressante dell’amico Morrissey, ha rimesso in piedi i New York Dolls con i superstiti Sylvain e Arthur Kane. Nemmeno a dirlo, Kane è morto un mese dopo. Ciò non ha impedito ai due amici di pubblicare ancora due ottimi album, giusto per far capire a tutti cosa ci eravamo persi nell’arco dei trent’anni precedenti.

Nell’ultimo decennio le sue apparizioni sono state sempre più rare, ma sempre nel segno dell’autoironia e del ricordo dei tempi che furono. Una favolosa apparizione in A Murray Christmas a ricreare la magia del Natale insieme al protagonista di Lost in Translation, il doppiaggio di sé stesso giovane in Vinyl (andate a recuperarlo se volete comprendere meglio la New York di cui sopra) e l’epitaffio diretto da Scorsese (e chi altrimenti?) di Personality Crisis: One Night Only, uscito nel 2003 quando David già soffriva del male che se lo sarebbe portato via.

Magari fra qualche anno riderò pensando a quando lo intervistai insieme a Sylvain dopo un concerto. Si presentò sorretto da due assistenti e tenendo in mano due banane. Pecoreccio, pensai: magari una delle due la mangia. Ora però non ci riesco. Riesco solo a pensare che forse gli sbandati hanno perso veramente.

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