Come è andata la WWE a Bologna? | Rolling Stone Italia
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Come è andata la WWE a Bologna?

La puntata di 'Smackdown' registrata in Italia (la prima dal 2007) è stata festeggiata dal pubblico con una celebrazione quasi messianica per i campioni presenti. La storia d'amore tra il nostro Paese e il wrestling americano continua

Come è andata la WWE a Bologna?

Roman Reigns

Foto: press

A queste latitudini uno show ufficiale della WWE, la federazione di wrestling più famosa e dominante al mondo, non veniva ospitato dal 16 aprile 2007, quando all’allora Mediolanum Forum di Milano fu registrata la prima, storica puntata di Raw sul suolo italiano.

Erano altri tempi: la televisione aveva ancora un posto preminente nell’immaginario collettivo e la fama della disciplina era stata veicolata dal successo delle trasmissioni in prima serata e in chiaro di Smackdown!, che andava in onda su Italia macinando milioni di spettatori. I nomignoli che i due presentatori dell’epoca, Giacomo Ciccio Valenti e Christian Recalcati, affibbiano ai wrestler di turno sono ricordati ancora oggi con una certa nostalgia, così come le decine di zainetti, astucci, album di figurine e magliette che circolavano in commercio.

Sembrava un’epoca finita, da consegnare ai posteri con una certa malinconia. E invece, plot twist: diciotto anni dopo la WWE e il wrestling sono tornati di moda in Italia.

Lo show dello scorso 21 marzo, andato in scena alla Unipol Arena di Bologna, è la certificazione di quanto la disciplina abbia riacquisito salute e vigore, riuscendo ad adattarsi a un panorama mediatico profondamente mutato e ad appassionare una nuova generazione di spettatori (non è un caso che l’ospite scelta per la puntata sia la rapper Anna).

Il fatto che l’Italia sia tornata ufficialmente nella mappa del wrestling che conta si può desumere da diversi elementi. Il primo è che Bologna è stata scelta per ospitare una puntata di Smackdown!, che in quanto tale è entrata a far parte della narrativa ufficiale della federazione.

Un altro è la straordinaria accoglienza che il pubblico di Bologna ha riservato ai nomi di punta: Randy Orton è stato celebrato in maniera quasi messianica, con 10mila persone che cantavano all’unisono Voices, la sua canzone di ingresso; l’entrata di Roman Reigns è stata più simile a quella di un capo di stato che di un wrestler; e nei cinque minuti in cui si è fatto vedere CM Punk è venuto giù tutto.

E poi ci sono il successo di pubblico, il pienone del palazzetto, i cori personalizzati (da «solo due!»; «Braun Strowman paura non ne ha»; «c’è solo un tribal chief») e la promessa ufficiosa di Cody Rhodes, il campione WWE in carica, che alla fine dello show ha fatto intendere che, nei prossimi mesi, l’Italia potrebbe fare il passo successivo: ospitare un Premium Live Event. Per i poco avvezzi al tema, parliamo di uno di quegli eventi speciali in cui succedono le cose che contano in questa forma contemporanea di teatro del grottesco: vengono messi in palio i titoli, i buoni diventano cattivi e viceversa, compaiono vecchie glorie dello spettacolo e così via (per ora è solo un’indiscrezione, ma chissà).

Al di là degli ipotetici futuri live in Italia, la capacità del wrestling di rimanere rilevante anche in un’epoca in cui l’offerta d’intrattenimento è così mastodontica e varia rimane sorprendere. Fondamentalmente propone lo stesso menù da più di un secolo: energumeni che se le fanno per finta, seguendo una sceneggiatura basilare e a volte talmente scontata da rasentare la soap opera argentina. Eppure, questa formula farsesca, eccessiva e deliberatamente kitsch continua ad avere dimensioni globali, a vendere pacchetti televisivi in tutto il mondo, ad adattarsi benissimo a ogni contesto mediatico (negli Stati Uniti va già in onda su Netflix, dove sta ricevendo ottimi riscontri) e a far parlare di sé.

Forse per far felice il pubblico non serve esagerare con colpi di scena, linee narrative ed effetti speciali: dateci delle action figure viventi che se le fanno per finta, ché siamo felici così.